Abbiamo intervistato Antonio Magi, segretario generale Sumai Assoprof, per fare il punto sulla riforma della medicina territoriale: il nodo è costruire una rete integrata. Le Case della Comunità? Si smetta di inaugurarle e si pensi piuttosto a popolarle. E sul futuro della sanità territoriale spuntano tre idee (interessanti)
La riforma della medicina territoriale entra in una fase decisiva, tra attuazione del Dm 77, scadenze del Pnrr e rinnovo degli accordi collettivi nazionali. Antonio Magi segretario generale Sumai Assoprof e presidente dell’Ordine dei medici di Roma risponde alle nostre domande mettendo in guardia da soluzioni considerate troppo semplicistiche, a partire dall’ipotesi di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti.
Si parla di riforma della medicina generale. Il nodo è la dipendenza. Il modello la convince?
No, non mi convince se la risposta al problema della medicina generale viene ridotta al solo cambio del rapporto giuridico. Il punto non è trasformare per legge il medico di medicina generale in dipendente, ma mettere finalmente in condizione la medicina generale, la pediatria di libera scelta e la specialistica ambulatoriale interna di lavorare dentro una rete territoriale organizzata, integrata e misurabile.
La dipendenza rischia di essere una scorciatoia amministrativa, non una riforma sanitaria. Può aumentare i costi, irrigidire il sistema, indebolire il rapporto fiduciario medico-paziente e creare, paradossalmente, liste d’attesa anche per accedere al medico di famiglia. Oggi il cittadino sceglie il proprio medico; domani potrebbe trovarsi assegnato a un turno, a un ambulatorio, a una disponibilità oraria. Sarebbe un arretramento.
La vera riforma deve partire dall’Acn vigente e dal prossimo atto di indirizzo 2025-2027: più ore, soprattutto di medicina specialistica, più integrazione nelle Aft, presenza organizzata nelle Case della Comunità, presa in carico dei cronici, accesso condiviso agli strumenti digitali, obiettivi verificabili e remunerazione coerente con le funzioni svolte. Non serve cambiare natura giuridica ai medici convenzionati; serve cambiare l’organizzazione del territorio.
Il problema resta quello del personale delle Case di Comunità. Siamo quasi a ridosso della scadenza ma il rebus sul personale non sembra risolto. Che si fa?
Si fa una cosa semplice: si smette di inaugurare muri e si comincia a riempirli di professionisti. La scadenza operativa del PNRR è il 30 giugno 2026, ma il nodo vero non è solo aprire formalmente le strutture: è renderle funzionanti. Anche analisi recenti hanno evidenziato che molte Case della Comunità non sono ancora pienamente operative e che il tema del personale resta centrale.
Il Dm 77/2022 ha definito modelli e standard per l’assistenza territoriale, comprese Case della Comunità, Centrali operative territoriali, Ospedali di Comunità e presa in carico della persona. Tuttavia, senza medici, specialisti, infermieri, professionisti sanitari, personale amministrativo e strumenti digitali interoperabili, la Casa della Comunità resta una targa fuori da un edificio.
La soluzione è utilizzare subito tutto il personale già disponibile nel sistema convenzionato: medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, specialisti ambulatoriali interni, psicologi, veterinari, biologi e professionisti sanitari. Gli Acn già consentono questa integrazione. Bisogna finanziarla, programmarla e renderla obbligatoria nei modelli organizzativi regionali.
In particolare, va detto con chiarezza: le Case della Comunità non possono funzionare solo con i medici di medicina generale. Il territorio ha bisogno di specialisti ambulatoriali interni, perché la cronicità, la diagnostica di primo livello, il follow-up e la riduzione degli accessi impropri in pronto soccorso passano dalla specialistica territoriale. Senza specialisti nelle Case della Comunità, avremo soltanto nuovi contenitori e vecchie liste d’attesa.
La sanità territoriale così come è stata organizzata la convince o ci sono cambiamenti che vorrebbe vedere realizzati?
L’impianto del Dm 77 è condivisibile nella direzione: prossimità, presa in carico, integrazione, continuità assistenziale, domiciliarità e rete territoriale. Ma l’attuazione, così com’è, non mi convince ancora. Si è pensato troppo alle strutture e troppo poco ai professionisti; troppo agli standard edilizi e troppo poco ai percorsi clinici; troppo alla geografia dei presidi e troppo poco alla responsabilità sanitaria della presa in carico.
Io vorrei vedere tre cambiamenti.
Il primo: una governance clinica vera. Nelle Case della Comunità deve esserci un coordinamento medico della presa in carico, un clinical manager, capace di integrare medicina generale, specialistica, infermieristica, diagnostica, assistenza domiciliare e servizi sociali.
Il secondo: una presenza strutturale della specialistica ambulatoriale interna. Se vogliamo ridurre liste d’attesa, accessi impropri al pronto soccorso e ricoveri evitabili, lo specialista deve stare nel territorio, non essere chiamato occasionalmente.
Il terzo: una rete unica, non tante strutture isolate. La Casa della Comunità deve essere collegata con Aft, studi medici, farmacie dei servizi, Cot, ospedali, assistenza domiciliare, servizi sociali e fascicolo sanitario elettronico. Solo così diventa davvero il luogo della presa in carico.
La sanità territoriale non si inaugura: si organizza. E oggi la priorità è questa: meno propaganda sulle aperture, più programmazione sul personale; meno discussioni ideologiche sulla dipendenza, più accordi contrattuali, risorse e responsabilità professionali chiare. Aprite il rinnovo degli Acn 2015-2027 della medicina generale, della specialistica ambulatoriale e della pediatria di libera scelta emanando con assoluta urgenza l’atto di indirizzo incentivando i medici del territorio ed eliminando anche le ormai anacronistiche incompatibilità ritornando come prima del 1992, ampliando l’offerta di professionisti prima che vadano tutti via.
























