Dalla ricerca scientifica alle pratiche di salute, su questa traiettoria si colloca il progetto “Biodiversità urbana e salute dei cittadini”, presentato a Roma presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche
di Marco Ronchi*
In un contesto in cui oltre la metà della popolazione mondiale vive in aree urbane, la biodiversità urbana non è solo un tema ambientale, ma un fattore di salute pubblica, qualità della vita e benessere collettivo. La presenza e l’accessibilità di spazi verdi e blu, la ricchezza degli ecosistemi cittadini e la loro relazione con gli stili di vita incidono su attività fisica, benessere psicologico, qualità del sonno, relazioni sociali e prevenzione delle malattie croniche.
Su questa traiettoria si colloca il progetto “Biodiversità urbana e salute dei cittadini”, presentato a Roma presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche e promosso, nell’ambito delle attività finanziate dal National Biodiversity Future Center (NBFC), da HCC – HealthCom Consulting, in collaborazione con la UNESCO Chair on Urban Health della Sapienza Università di Roma e con Twig. Come ha infatti sottolineato Andrea Lenzi,Presidente del CNR e Chairholder della UNESCO Chair on Urban Health, l’urbanizzazione è una tendenza irreversibile che richiede un impegno trasversale delle istituzioni e la capacità di costruire un ponte stabile tra ricerca, territori e cittadini.
Il progetto, già operativo e in continuità con le attività realizzate fin qui, si fonda su una base scientifica sviluppata dal Dipartimento di Medicina Sperimentale della Sapienza Università di Roma. In questo percorso, Daniele Gianfrilli, Professore Ordinario di Endocrinologia e Staff Leader della UNESCO Chair on Urban Health, ha svolto un ruolo di riferimento nell’orientare la traiettoria scientifica del lavoro e nel consolidare il fondamento metodologico.
Ma il valore del progetto sta nel fatto che la ricerca non rappresenta un punto di arrivo: è il punto di partenza di un processo più ampio, in cui la conoscenza scientifica deve essere disseminata, interpretata e resa socialmente agibile. La seconda parte del lavoro non si limita a diffondere contenuti, ma costruisce le condizioni perché diventino comprensione condivisa e possibilità concreta di azione.
È qui che la comunicazione assume un ruolo centrale. Non come semplice veicolo di divulgazione, ma come fase successiva e necessaria della ricerca stessa. Se la scienza produce evidenze, la comunicazione ha il compito di accompagnarle nello spazio pubblico, riordinando la frammentazione, restituendo un filo ai contenuti dispersi e riportando i significanti ai loro significati. La disseminazione non coincide quindi con la sola diffusione dei risultati, ma con un lavoro di traduzione culturale che connette, chiarisce e restituisce senso.
Nelle città questa esigenza è ancora più evidente. Le aree urbane concentrano velocità, disuguaglianze, esposizione mediale, pressioni sociali e frammentazione relazionale. In questo scenario viviamo una crisi di trasformazione: produciamo molte informazioni, ma fatichiamo a tradurle in comportamenti, relazioni e scelte condivise. È in questo passaggio che la biodiversità urbana smette di essere soltanto un tema scientifico e diventa una possibile scelta quotidiana.
Perché questo avvenga, però, non basta l’evidenza. Serve consapevolezza. E la consapevolezza non nasce automaticamente dall’informazione: le trasformazioni prendono forma quando una comunità riconosce un bisogno, ne comprende il significato e si sente parte di una possibilità concreta di cambiamento.
È proprio qui che emerge il lato più fragile della comunicazione contemporanea. I contenuti scientifici entrano in uno spazio pubblico segnato da tre fenomeni ormai strutturali: frammentazione, polarizzazione e scollamento tra significati e significanti. Così anche termini decisivi come biodiversità, salute o sostenibilità rischiano di diventare etichette deboli, capaci di generare reazioni immediate, ma non comprensione profonda, scelta consapevole e responsabilità condivisa.
Se vogliamo che il linguaggio diventi infrastruttura del cambiamento, esso deve poter legare contenuto, consapevolezza e azione. È qui che il design strategico e della comunicazione assume un ruolo rilevante, non come supporto accessorio alla divulgazione, ma come mediazione culturale tra evidenze, linguaggi, attori e comportamenti. In questo senso, il co-design consente di mettere allo stesso tavolo stakeholder della filiera della biodiversità, specialisti, operatori e cittadini, per associare a una parola una risposta costruita collettivamente. È nei laboratori delle parole che la polarizzazione può essere affrontata in modo concreto: non contrapponendo opinioni, ma ampliando il campo visivo dei partecipanti attraverso la sommatoria di conoscenze e punti di osservazione provenienti da pubblici diversi. Quando una parola come biodiversità viene esplorata e reinterpretata insieme, smette di restare un’etichetta astratta e diventa terreno comune di lavoro.
Qui la comunicazione incontra il design e diventa strumento: ciò che la scienza misura e la disseminazione rende accessibile si trasforma, attraverso la progettazione partecipata, in toolkit, percorsi e occasioni concrete di attivazione collettiva, da restituire ai cittadini per una riscoperta del piacere di trasformare lo spazio che li circonda.
Il valore di un progetto come questo risiede quindi nella sua capacità di tenere insieme rigore scientifico, visione istituzionale, disseminazione culturale e attivazione territoriale. La sfida non è soltanto raccontare meglio la relazione tra biodiversità urbana e salute, ma costruire le condizioni perché questa relazione possa essere compresa, condivisa e praticata.
*Strategic designer, Adjunct professor Communication Design, Politecnico di Milano


























