Cambio di campo

Set 8, 2026 | Scritti per noi

Nell’era dell’iperinformazione sanitaria, sapere non basta a cambiare i comportamenti. La prevenzione è un processo psicologico e relazionale che richiede fiducia, engagement e capacità di costruire senso condiviso tra istituzioni e cittadini

di Guendalina Graffigna*

Non siamo mai stati così esposti a messaggi sulla salute. Ogni giorno riceviamo informazioni su alimentazione, attività fisica, screening, vaccini, rischio cardiovascolare, salute mentale, prevenzione oncologica, benessere digitale. Eppure questa sovrabbondanza informativa non si traduce automaticamente in comportamenti più salutari. È uno dei grandi paradossi della prevenzione nell’era dei social: sappiamo molto di più, ma non sempre riusciamo ad agire meglio. Questo paradosso ci invita a cambiare prospettiva. La prevenzione non è soltanto una questione di conoscenze da trasferire o di raccomandazioni da diffondere. È, prima di tutto, un processo psicologico. Riguarda il modo in cui le persone percepiscono il rischio, danno significato alla propria vulnerabilità, si fidano — o non si fidano — delle fonti informative, si sentono capaci di agire e riescono a trasformare un’intenzione astratta in un comportamento concreto e sostenibile nel tempo.

Per lungo tempo la comunicazione sanitaria si è fondata su un presupposto implicito: se il cittadino viene informato correttamente, comprenderà il rischio e modificherà di conseguenza il proprio comportamento. Questo modello, lineare e razionale, oggi mostra tutti i suoi limiti. Sapere che il fumo aumenta il rischio di malattia, che la sedentarietà nuoce alla salute, che una dieta equilibrata protegge dalle patologie croniche o che uno screening può salvare la vita non basta, da solo, a produrre cambiamento. Le scelte di salute, infatti, non sono mai soltanto il risultato di un calcolo razionale. Sono intrecciate con emozioni, paure, abitudini, condizioni economiche, appartenenze sociali, fiducia nelle istituzioni, qualità della relazione con i professionisti sanitari e percezione della propria capacità di incidere davvero sul futuro. Un cittadino può sapere perfettamente che cosa dovrebbe fare e, allo stesso tempo, sentirsi troppo stanco, sfiduciato, confuso, solo o poco sostenuto per riuscire a farlo. È proprio qui che la psicologia può offrire un contributo decisivo alla prevenzione e alla sostenibilità del sistema sanitario. La psicologia aiuta a comprendere non soltanto le leve dei comportamenti di salute, ma anche quelle dei “non comportamenti”: il mancato screening, il rinvio di una vaccinazione, la difficoltà a modificare uno stile alimentare, la resistenza a smettere di fumare, l’abbandono di un programma di attività fisica, l’evitamento di informazioni percepite come ansiogene. Spesso questi non comportamenti non sono semplicemente il frutto di disinteresse o ignoranza, ma l’esito di barriere emotive, cognitive, relazionali e contestuali che vanno riconosciute prima ancora che corrette. È qui che la prevenzione primaria incontra una delle sue sfide più profonde: non basta aumentare la conoscenza, occorre generare engagement. In altre parole, non abbiamo bisogno soltanto di cittadini informati, ma di cittadini che si sentano coinvolti, competenti, accompagnati e riconosciuti come protagonisti realistici delle proprie scelte di salute.

L’era dei social media ha reso questa sfida ancora più complessa. La salute non è più comunicata soltanto dalle istituzioni, dagli esperti o dai professionisti sanitari. È raccontata ogni giorno da influencer, pazienti, caregiver, gruppi online, piattaforme digitali, comunità informali e algoritmi. Il cittadino incontra informazioni sanitarie in un ecosistema affollato, emotivo e competitivo, dove il dato scientifico convive con testimonianze personali, semplificazioni, opinioni. Per questo il problema non è solo “correggere le fake news”. La disinformazione è spesso il sintomo di una frattura di fiducia. Lo abbiamo visto con particolare evidenza durante la pandemia, ma il fenomeno va ben oltre l’emergenza Covid-19. L’esitazione verso una scelta preventiva — che si tratti di un vaccino, di uno screening, di un cambiamento negli stili di vita o dell’adesione a una raccomandazione sanitaria — non può essere liquidata semplicemente come ignoranza o irrazionalità. Spesso l’esitazione è una condizione psicologica complessa: esprime ambivalenza, timore, sovraccarico informativo, senso di vulnerabilità, bisogno di ascolto e talvolta distanza dalle istituzioni. Trattare gli “esitanti” come soggetti da correggere rischia di irrigidire ulteriormente le posizioni. Ascoltarli come interlocutori da comprendere può invece aprire spazi di relazione. 

Da anni, con il lavoro di ricerca sul Patient Health Engagement, sosteniamo che il coinvolgimento delle persone nella salute non sia una caratteristica statica, né una semplice disponibilità a “seguire le indicazioni”. È piuttosto un processo dinamico, che evolve nel tempo e che dipende da come la persona riesce a dare senso alla propria condizione, al proprio rischio e al proprio ruolo nella gestione della salute. Questo vale non solo per chi convive con una malattia cronica, ma anche per ogni cittadino chiamato ad assumere comportamenti preventivi. Nella prevenzione primaria, infatti, la persona non è ancora “paziente”, ma è già parte attiva del sistema salute. Può essere disorientata, perché non sa di chi fidarsi. Può essere allertata, perché percepisce un rischio ma non sa come trasformare la preoccupazione in azione. Può aderire a una raccomandazione se si sente guidata. Oppure può diventare realmente protagonista, integrando la salute nel proprio progetto di vita e contribuendo anche a orientare positivamente la propria comunità. Questa prospettiva ha implicazioni molto concrete. Le campagne di prevenzione dovrebbero essere personalizzate non solo in base al rischio epidemiologico, ma anche in base al livello di engagement psicologico dei cittadini. Chi è disorientato ha bisogno di orientamento e rassicurazione, non di messaggi colpevolizzanti. Chi è spaventato ha bisogno di contenimento emotivo e indicazioni pratiche. Chi è già motivato ha bisogno di strumenti per mantenere il comportamento nel tempo. Chi è pienamente ingaggiato può diventare un alleato della prevenzione nei propri contesti di vita. Gli psicologi possono quindi contribuire in modo strategico alla progettazione delle politiche e delle campagne di prevenzione: aiutando a leggere i vissuti delle persone, a segmentare i pubblici sulla base di motivazioni e barriere psicologiche, a costruire messaggi non stigmatizzanti, a progettare interventi di engagement, a valutare l’impatto non solo in termini di conoscenze acquisite, ma di fiducia, autoefficacia, intenzione e mantenimento dei comportamenti. 

In questa prospettiva, i social media non sono semplicemente canali attraverso cui diffondere contenuti. Sono ambienti nei quali si costruiscono significati, appartenenze e fiducia. Essere presenti sui social, per le istituzioni sanitarie, dovrebbe significare ascoltare le domande che emergono, intercettare le paure, comprendere le narrazioni che circolano, dialogare con linguaggi credibili e coinvolgere figure di prossimità. La prevenzione, del resto, non si realizza solo negli ambulatori o nelle campagne ministeriali. Si costruisce nei luoghi in cui le persone vivono, lavorano, studiano, fanno la spesa, si informano, si confrontano e prendono decisioni.

*Professore Ordinario; Direttore EngageMinds HUB – Consumer, Food & Health Engagement Research Center, Department of Psychology – Università Cattolica del Sacro Cuore

▌STUDI/RICERCHE ▌

La salute globale cambia volto

La salute globale cambia volto

Le nuove stime dell’Oms mostrano una ripresa dell’aspettativa di vita dopo la pandemia, ma anche una crescente pressione delle malattie non trasmissibili. Nel 2023 hanno rappresentato il 74% dei decessi mondiali

▌TECNOLOGIE ▌

Medicina spaziale, dallo spazio nuove risposte per la salute

Medicina spaziale, dallo spazio nuove risposte per la salute

Al  Policlinico di Milano due studi: allettamento prolungato e 100 giorni di isolamento per riprodurre alcune delle condizioni affrontate dagli astronauti e indagarne gli effetti clinici e molecolari. Le ricerche potranno contribuire a comprendere meccanismi che interessano anche i pazienti sulla Terra

▌E ANCORA ▌

Salute mentale, dal 5 al 10 ottobre l’Italia si veste di verde

Salute mentale, dal 5 al 10 ottobre l’Italia si veste di verde

“Tutte le voci del verde” porta al centro le esperienze delle persone con disagio psichico. L’iniziativa nazionale dei Tecnici della riabilitazione psichiatrica invita professionisti e cittadini a indossare un capo verde per promuovere ascolto, inclusione e lotta allo stigma

Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors

Una “nuova frontiera”

Dall’edizione 2025 del Croi arrivano buone notizie: la somministrazione dei farmaci long acting ogni due mesi migliora la qualità di vita dei pazienti: aumentano aderenza e persistenza, si riduce lo stigma, si raggiungono le popolazioni più complesse

enterprice

ENTERPRISE

AziendePersone&Mercato

SAVE THE DATE

SAVE THE DATE

Congressi&Convegni

Niguarda, da gennaio la guida a Mario Melazzini

Niguarda, da gennaio la guida a Mario Melazzini

La decisione della Giunta lombarda dopo le dimissioni di Alberto Zoli per il raggiungimento dei 70 anni, che assumerà l’incarico di commissario straordinario fino al 31 dicembre. Fontana: Garantire continuità e stabilità a una struttura di eccellenza