Alla Rome Future Week il confronto promosso da InsiemePiù sul ruolo di chi assiste quotidianamente familiari anziani, fragili o non autosufficienti. Oltre al riconoscimento del caregiver, emerge la necessità di superare la frammentazione dei servizi, facilitare l’orientamento tra sanità e welfare e affrontare un carico di cura che continua a ricadere soprattutto sulle donne
Sono 12,3 milioni gli italiani impegnati in attività di cura nei confronti di familiari conviventi con problemi di salute o di persone non conviventi, pari al 24,9% della popolazione maggiorenne. Quasi 4 milioni dedicano all’assistenza almeno 20 ore alla settimana. Numeri che mostrano come il caregiving non possa più essere considerato una questione esclusivamente familiare, ma rappresenti un tema che coinvolge direttamente sanità, welfare, lavoro e politiche di genere.
È da questa consapevolezza che è nato “Il futuro della cura parte dal caregiver”, l’incontro promosso da InsiemePiù nell’ambito della Rome Future Week, che ha riunito professionisti ed esperti per discutere di sanità digitale, assistenza domiciliare, ruolo delle donne e organizzazione della rete di cura. L’obiettivo è passare da un sistema nel quale informazioni, servizi e responsabilità restano spesso frammentati a un modello maggiormente costruito intorno ai bisogni di chi quotidianamente assiste una persona fragile.
A emergere dal confronto è soprattutto un problema di solitudine organizzativa. Non necessariamente perché manchino del tutto servizi e misure di sostegno, ma perché per il caregiver può risultare difficile sapere quali strumenti siano disponibili, a chi rivolgersi e come orientarsi tra percorsi sanitari, sociali e amministrativi.
A richiamare questo aspetto è Chiara Marchini, geriatra dell’assistenza domiciliare della ASL Roma 1, che parte dalla propria esperienza sul territorio: “Il caregiver è solo. La realtà è che attualmente il caregiver è ancora solo, nonostante tutti gli sforzi che siano stati che sono stati fatti anche a livello regionale di sostegno al caregiver”.
Il problema, secondo Marchini, riguarda in particolare l’orientamento: “La cosa più importante, secondo me, che ancora manca è l’orientamento al caregiver, perché il caregiver ancora si trova solo di fronte a tutti i servizi che con fatica e con impegno stiamo offrendo”. Da qui l’ipotesi di una soluzione organizzativa specifica: “Secondo me servirebbe una figura di orientamento al caregiver che possa togliere un po di peso al caregiver e renderlo quindi più libero, più tranquillo in quelle che sono le sue scelte”.
Una prospettiva che sposta il tema dalla semplice disponibilità delle prestazioni alla loro accessibilità concreta: costruire una rete di servizi non è sufficiente se chi assiste una persona fragile deve poi ricostruire autonomamente percorsi, competenze e responsabilità dei diversi soggetti coinvolti.
Sul problema della frammentazione interviene anche Stefania Mancini, esperta in sanità digitale, che sottolinea la difficoltà per le famiglie di individuare un interlocutore preciso: “Quello che manca il caregiver è un reale supporto delle istituzioni. Troppa confusione, troppa sovrapposizione. Non si capisce se bisogna chiedere supporto all’ente locale piuttosto che all’azienda sanitaria di competenza”.
Ma il caregiving presenta anche una forte dimensione sociale ed economica. Mancini richiama in particolare il peso che il lavoro di cura continua ad avere sulle donne, spesso chiamate a ridurre l’attività professionale o addirittura ad abbandonarla per assistere un familiare.
“Questo lavoro di cure ahimè tra l’altro ricade spessissimo sulle spalle delle donne quindi ci sarebbe davvero bisogno di tanto lavoro da questo punto di vista perché le donne oggi chiedono un part time o addirittura chiedono di smettere di lavorare per seguire un parente a casa e non rendendosi conto che diventano da subito più povere e più povere domani quando prenderanno la pensione”.
Il tema dell’equità di genere era uno degli assi espliciti dell’incontro, insieme all’assistenza domiciliare e alla sanità digitale: il caregiving può infatti incidere non soltanto sull’organizzazione familiare, ma anche sul lavoro, sull’autonomia economica, sulle prospettive previdenziali e sulla possibilità di mantenere una propria identità al di fuori del ruolo di cura.
L’appuntamento della Rome Future Week ha coinvolto, inoltre, Giancarlo De Leo, Digital Health and Medical Publishing Consultant e Clara Marziali, co-founder C’è Tempo Odv, con l’obiettivo di mettere in relazione esperienze e punti di vista differenti e ragionare su come informazioni, professionisti, tecnologie e servizi possano essere maggiormente connessi intorno al caregiver. L’iniziativa, promossa da InsiemePiù, ha ricevuto il patrocinio morale di Assoutenti e il patrocinio di ASSIPOD.
Chiarissimo emerge il nodo centrale del confronto: la cura non può essere affidata esclusivamente alle famiglie, ma richiede servizi, reti territoriali e strumenti capaci di sostenere chi presta assistenza. Nell’ambito dell’iniziativa è stata inoltre annunciata la presentazione del “Sistema Operativo del Caregiver”, piattaforma digitale pensata per riunire in un’unica interfaccia esigenze oggi distribuite tra sanità, burocrazia e servizi sociali.
Parliamo quindi di una questione che va oltre il riconoscimento formale della figura del caregiver. La questione diventa come organizzare concretamente un sistema che accompagni chi assiste, evitando che sia la famiglia a dover ricomporre da sola la frammentazione tra sanità e sociale.
Orientamento, coordinamento dei servizi, assistenza domiciliare, strumenti digitali e tutela della dimensione lavorativa ed economica diventano così tasselli della stessa questione: se il caregiver rappresenta ormai una componente strutturale della rete di cura, anche il sistema sanitario e sociale è chiamato a considerarlo non soltanto come una risorsa informale, ma come un soggetto con propri bisogni di informazione, accompagnamento e sostegno.
























