Le malattie cardiovascolari causano un decesso su tre nell’Ue e costano 282 miliardi di euro l’anno. Nel nuovo Policy Brief, l’Ocse indica cinque priorità: accesso, prevenzione mirata sui soggetti a rischio, dati e strumenti digitali, integrazione delle cure e sostenibilità economica dei programmi
Le malattie cardiovascolari non sono soltanto la principale causa di morte e disabilità nell’Unione europea: sono anche una delle principali sfide per la sostenibilità dei sistemi sanitari. Secondo il nuovo Policy Brief dell’Ocse, pubblicato l’11 agosto scorso, le patologie cardiovascolari sono responsabili di circa un terzo dei decessi nell’Ue, hanno colpito oltre 62 milioni di persone e generano costi superiori a 282 miliardi di euro l’anno. Il messaggio dell’Ocse è netto: rafforzare i controlli sanitari può contribuire a intercettare prima i fattori di rischio e le patologie cardiovascolari, ma lo screening da solo non basta. Il vero obiettivo è trasformare il controllo occasionale in un percorso strutturato che colleghi identificazione del rischio, prevenzione, trattamento e follow-up.
Il documento individua cinque direttrici d’intervento. La prima è migliorare l’accesso ai controlli, oggi molto disomogeneo tra i Paesi europei. Secondo l’Ocse, meno della metà degli Stati membri dispone di programmi o politiche nazionali specificamente rivolti ai controlli cardiovascolari e alle patologie croniche correlate. La seconda riguarda consapevolezza e adesione, soprattutto tra le persone maggiormente esposte al rischio. Nel 2022, il 34% degli adulti europei tra 25 e 64 anni non aveva misurato la pressione nell’anno precedente; il 16% non aveva effettuato, nei cinque anni precedenti, un controllo del colesterolo o della glicemia. Le differenze riguardano anche il genere: nella fascia 25-64 anni, la copertura dei controlli è inferiore negli uomini rispetto alle donne. Per l’Ocse, dunque, non si tratta semplicemente di aumentare il numero dei test. La popolazione da sottoporre ai controlli deve essere individuata in modo più preciso, utilizzando strumenti validati di stratificazione del rischio e considerando età, sesso, condizioni cliniche, familiarità e fattori socioeconomici.
Dal test al percorso di cura
È probabilmente questo il passaggio più rilevante del documento. Un controllo sanitario produce valore soltanto se, quando emerge un rischio, esiste un percorso capace di prenderlo in carico. L’Ocse mette in guardia da sistemi sanitari ancora troppo organizzati per singole patologie. Una persona con una malattia cardiovascolare presenta spesso anche diabete, malattia renale, obesità o problemi di salute mentale. La conseguenza è una moltiplicazione di visite, valutazioni e prescrizioni che non sempre comunicano tra loro. La frammentazione diventa particolarmente evidente dopo un evento acuto. In media, rileva l’Ocse, il 24% dei pazienti colpiti da ictus ischemico e il 33% di quelli con insufficienza cardiaca congestizia viene nuovamente ricoverato entro un anno dalla dimissione. Le persone con malattie cardiovascolari hanno inoltre una probabilità quasi doppia di ricorrere al pronto soccorso o di essere ricoverate rispetto a chi non ne è affetto. Da qui la necessità di rafforzare medicina primaria, assistenza territoriale, presa in carico della multimorbidità e riabilitazione cardiaca. Il controllo cardiovascolare dovrebbe quindi diventare la porta d’ingresso di un percorso, non un episodio isolato.
Il nodo della terapia
Un’altra criticità riguarda la continuità dei trattamenti. Farmaci antipertensivi e altre terapie cardiovascolari sono strumenti consolidati per ridurre il rischio di eventi maggiori, ma molte persone a rischio rimangono non trattate o sottotrattate. Anche dopo la dimissione ospedaliera la continuità può indebolirsi. È il caso, sottolinea l’Ocse, dei pazienti colpiti da ictus: se le prescrizioni sono generalmente elevate alla dimissione, diminuiscono sensibilmente nei mesi successivi. Il problema, quindi, non è soltanto diagnosticare prima, ma assicurarsi che ciò che viene individuato attraverso lo screening produca una risposta clinica coerente nel tempo.
Dati e sanità digitale
La terza grande area indicata dall’Ocse riguarda dati e infrastrutture digitali. Cartelle cliniche elettroniche interoperabili, strumenti di supporto alle decisioni e dispositivi validati possono consentire di seguire nel tempo i fattori di rischio e individuare più rapidamente i pazienti che necessitano di interventi. La frammentazione dei sistemi informativi rappresenta però ancora un ostacolo. Dati distribuiti tra diversi livelli assistenziali e non interoperabili rendono più difficile sia la continuità della cura sia la valutazione dei programmi di prevenzione. Anche l’intelligenza artificiale può avere un ruolo nella valutazione personalizzata del rischio, ma l’Ocse mantiene un approccio prudente: gli strumenti digitali e basati sull’IA devono essere validati clinicamente, integrati nei percorsi assistenziali e valutati anche sotto il profilo del rapporto costo-efficacia.
Non uno screening indiscriminato
Un punto importante del documento riguarda infine la progettazione dei programmi. Più screening non significa necessariamente più salute. Secondo l’Ocse, i controlli generalizzati non adeguatamente indirizzati possono produrre sovradiagnosi, sovratrattamento e costi aggiuntivi senza generare una riduzione significativa della mortalità cardiovascolare. Gli approcci basati sulla stratificazione del rischio possono invece concentrare le risorse sulle persone che hanno maggiori probabilità di beneficiare dell’intervento. La prevenzione cardiovascolare, quindi, richiede un equilibrio tra ampiezza della popolazione raggiunta e precisione nell’individuazione dei soggetti a rischio. E soprattutto richiede che il sistema abbia la capacità di intervenire dopo aver trovato il rischio.
La sfida è passare dalla prevenzione alla presa in carico
Il documento dell’Ocse propone in definitiva una visione della prevenzione cardiovascolare che supera la logica del singolo esame. Accesso, sensibilizzazione, stratificazione del rischio, dati interoperabili, medicina di prossimità, terapia e riabilitazione devono essere parti di una stessa filiera. È una trasformazione che riguarda anche il modo di misurare l’efficacia della prevenzione: non basta contare quanti cittadini sono stati sottoposti a screening. Occorre verificare quanti rischi sono stati identificati, quanti pazienti sono stati presi in carico, quanti hanno ricevuto un trattamento appropriato e quali risultati hanno ottenuto nel tempo. In questa prospettiva, lo screening cardiovascolare non è il punto di arrivo ma l’inizio del percorso. Ed è proprio la capacità dei sistemi sanitari di costruire quel percorso, secondo l’Ocse, a determinare quanto la prevenzione possa tradursi in meno eventi cardiovascolari, minori disuguaglianze e una maggiore sostenibilità dell’assistenza.


























