Il caso Tepov (che apre nuovi scenari nella lotta al glioblastoma) mostra il potenziale della ricerca biomedica italiana, ma anche i nodi ancora aperti: trasferimento tecnologico, collaborazione pubblico-privato, accesso ai capitali e capacità del sistema di accompagnare l’innovazione fino al paziente. Perché finanziare la scoperta non basta: serve una politica capace di trasformare il valore scientifico in valore clinico e sanitario. Ne abbiamo parlato con Giovanni Marfia, professore del dipartimento Scienze della Salute Università di Milano che ha guidato lo studio
L’Italia sa produrre ricerca biomedica di alto livello. Più difficile è accompagnare una scoperta fino alla pratica clinica. Tra trasferimento tecnologico, investimenti, collaborazione pubblico-privato e rapporto con il Servizio sanitario si gioca una partita decisiva per evitare che l’innovazione si perda nella cosiddetta “valle della morte” della ricerca traslazionale. Il progetto Tepov, nato in una piccola biotech italiana e sostenuto a livello europeo, offre un caso concreto da cui partire per ragionare su come trasformare il valore della ricerca in nuove opportunità di cura. Ne abbiamo parlato con Giovanni Marfia, dipartimento Scienze della Salute dell’Università La Statale di Milano, che guida lo studio.
Professore, nella ricerca biomedica uno dei problemi più grandi è trasformare una scoperta promettente in qualcosa che arrivi davvero al paziente. Dove si interrompe più spesso questa catena e che cosa bisognerebbe cambiare, anche a livello di sistema, per ridurre la distanza tra laboratorio e pratica clinica?
Credo che la catena si interrompa soprattutto quando ricerca e bisogno clinico iniziano a percorrere strade separate. Ricercatori e clinici devono parlare sempre più la stessa lingua e integrare competenze complementari, partendo dai problemi reali che incontriamo ogni giorno al letto del paziente. Il modello from bench to bedside non dovrebbe essere inteso come un percorso a senso unico: deve diventare un circolo virtuoso bidirezionale, in cui le domande che nascono dalla pratica clinica orientano la ricerca e le scoperte del laboratorio ritornano al paziente sotto forma di nuove possibilità diagnostiche e terapeutiche.
Il secondo punto riguarda il sistema. Perché una buona idea superi quella che viene spesso definita la “valle della morte” della ricerca traslazionale, serve una maggiore integrazione tra ricerca, università, ospedali, istituzioni e industria. Non è sufficiente finanziare la scoperta: bisogna accompagnarne lo sviluppo, favorire un reale trasferimento tecnologico, creare ambienti nei quali ricercatori e innovatori possano trasformare i risultati scientifici in tecnologie concretamente sviluppabili e, allo stesso tempo, garantire strumenti adeguati alla tutela della proprietà intellettuale e degli investimenti in ricerca.
In definitiva, credo che la vera sfida sia costruire un ecosistema nel quale il valore scientifico di una scoperta possa trasformarsi più rapidamente in valore clinico per il paziente. Affiancare alla straordinaria capacità italiana di generare idee e ricerca di eccellenza una macchina istituzionale altrettanto capace di sostenerne il coraggio e la velocità di sviluppo. È, in fondo, uno dei valori che l’ERC promuove: dare fiducia alle idee più innovative e creare le condizioni perché possano essere messe realmente alla prova.
Tepov nasce in una piccola biotech italiana ma ha ottenuto uno dei finanziamenti europei più competitivi. Che cosa ci dice questo risultato sulla capacità dell’Italia di produrre innovazione di frontiera e, soprattutto, su quanto il nostro Paese sia poi capace di trattenerla e farla crescere?
Credo che questo risultato debba essere innanzitutto motivo di orgoglio per il nostro Paese. L’Italia dimostra di saper produrre ricerca e innovazione di frontiera in tutte le sue articolazioni: nelle grandi istituzioni scientifiche e accademiche, ma anche in realtà imprenditoriali più piccole, capaci di essere estremamente innovative e competitive. E credo che il potenziale maggiore emerga proprio quando questi mondi riescono a incontrarsi e a mettere a sistema competenze, infrastrutture e capacità differenti.
Tepov racconta anche un altro aspetto che ritengo importante. Esiste una forma di mecenatismo scientifico che andrebbe maggiormente riconosciuta e valorizzata: quella di chi decide di investire nella ricerca quando il rischio è ancora molto elevato e il ritorno economico tutt’altro che prevedibile. Questo è particolarmente importante nelle malattie rare e orfane, come il glioblastoma, dove nelle fasi iniziali è spesso difficile attrarre capitali privati proprio perché le probabilità di insuccesso sono elevate e i tempi di sviluppo molto lunghi.
Nel nostro caso, una piccola impresa italiana ha scelto di sostenere negli anni lo sviluppo di una tecnologia e di una linea di ricerca altamente innovative, assumendosi il rischio della fase più precoce, quando non esistevano garanzie sul risultato. Oggi il riconoscimento dell’ERC, ottenuto attraverso una selezione scientifica internazionale estremamente competitiva, rappresenta un passaggio importante per consolidare quei risultati e portarli a un livello successivo di validazione.
Ma credo che il valore di questo mecenatismo vada anche oltre il singolo progetto. Chi si assume il rischio iniziale crea le condizioni perché successivamente possano entrare altri attori, dalle università agli ospedali, dagli enti di ricerca all’industria, ciascuno portando competenze e risorse complementari. È una sorta di staffetta dell’innovazione: bisogna riconoscere il valore di chi ha avuto il coraggio di partire quando il risultato era ancora incerto e, una volta dimostrato il potenziale scientifico, costruire intorno a quella intuizione una rete capace di accompagnarla nelle fasi successive.
Credo che questo sia anche un modello molto italiano e molto virtuoso: capacità di intuizione, coraggio nell’assumersi il rischio e poi capacità di fare sistema. La buona burocrazia non deve rallentare l’innovazione, ma renderla possibile: garantire rigore e trasparenza senza trasformare le regole in un freno ad una buona idea nel suo percorso dal laboratorio al paziente.
La sfida è creare le condizioni perché questo patrimonio non venga disperso proprio quando comincia a generare valore, ma possa crescere nel nostro Paese e diventare competitivo a livello internazionale. Quando ricerca, istituzioni e impresa riescono ad accompagnarsi lungo questo percorso, l’investimento nella scienza non genera soltanto valore industriale: può trasformarsi in valore per il sistema sanitario, per il Paese e, soprattutto, per i pazienti.
Quali sono oggi i principali ostacoli che una realtà biotech italiana incontra nel portare avanti un progetto come questo: finanziamenti, regolazione, accesso alle infrastrutture, competenze, collaborazione con università e Servizio sanitario? E dove servirebbe un intervento più deciso delle istituzioni?
Credo che esista ancora, almeno in parte, un limite culturale nella collaborazione tra ricerca pubblica e impresa: viene talvolta guardata con una certa diffidenza, quasi che la dimensione economica possa ridurre il valore scientifico o sociale di una scoperta.
Nella ricerca biomedica traslazionale credo sia necessario superare questa contrapposizione. Una scoperta, anche straordinaria e pubblicata sulle migliori riviste scientifiche, non diventa automaticamente una terapia per il paziente. Per compiere quel percorso deve essere protetta, sviluppata, validata e deve attrarre gli investimenti necessari.
Università, ospedali e ricerca pubblica generano conoscenza e competenze fondamentali; le imprese, comprese le PMI innovative, possono trasformare quel patrimonio in tecnologie concretamente sviluppabili. Sono ruoli diversi, ma complementari.
Per questo favorire partnership pubblico-private e un vero trasferimento tecnologico non significa privatizzare il valore della ricerca, ma moltiplicarne l’impatto. Anche il legittimo ritorno economico dell’impresa entra in questo circolo virtuoso: genera nuovi investimenti, occupazione qualificata e crescita del tessuto tecnologico del Paese, mentre aumenta le possibilità che una buona idea scientifica possa diventare un beneficio concreto per i pazienti.
La sfida delle istituzioni è quindi creare regole rigorose e trasparenti, ma anche un ambiente nel quale ricerca e impresa possano collaborare senza pregiudizi, tutelando contemporaneamente interesse pubblico, proprietà intellettuale e capacità di innovare.
La vostra ricerca parte da risultati preliminari particolarmente interessanti su EV-3 e sul candidato AND-C4. Quali sono i risultati che considerate oggi più significativi e che cosa vi fanno ritenere che questa strada possa rappresentare un vero salto di qualità rispetto agli approcci studiati finora?
Il primo elemento di novità è il target. EV-3, una variante tronca di una proteina fisiologica, rappresenta un bersaglio biologico completamente nuovo nel glioblastoma e i nostri dati preliminari indicano una sua forte associazione con il tumore, mentre non risulta rilevabile nel cervello sano.
Ma l’aspetto forse più interessante è dove nasce questo bersaglio e quale ruolo sembra svolgere nella biologia della malattia. I nostri risultati indicano infatti che EV-3 viene prodotta in particolare dalle cellule staminali tumorali, una popolazione numericamente limitata ma cruciale, capace di sostenere crescita, resistenza alle terapie e recidiva e di condizionare il comportamento delle altre componenti del tumore e del suo microambiente.
Con una metafora, il nostro obiettivo è quindi “colpire la mente del tumore”: non limitarci ad attaccare la massa tumorale, ma intervenire su uno dei segnali attraverso cui le cellule che si trovano al vertice della gerarchia tumorale sembrano contribuire a orchestrare l’aggressività dell’intero ecosistema. Neutralizzando EV-3 con AND-C4 mireremo a spegnere il tumore dall’interno, interrompendo alcuni dei meccanismi che alimentano aggressività, resistenza e immuno-evasione.
Il secondo elemento fondamentale è la selettività di AND-C4, che è stato sviluppato per riconoscere selettivamente il bersaglio presente sulle cellule malate, preservando il tessuto cerebrale sano. Nel cervello questo concetto assume un valore particolare: parliamo di un organo estremamente delicato, protetto e difficilmente accessibile, nel quale preservare il tessuto sano deve essere parte integrante della strategia terapeutica.
Il nostro gruppo sta completando la validazione anche su altre patologie tumorali ad elevata aggressività e con bisogno clinico insoddisfatto. Il vero salto di qualità potrebbe però derivare dalla possibilità di costruire intorno allo stesso bersaglio un approccio “teranostico”, facendo dialogare diagnosi e terapia.
Parallelamente abbiamo sviluppato un test che consente di misurare EV-3 nel sangue attraverso un piccolo prelievo. Se i risultati preliminari saranno confermati prospetticamente, questo potrà permetterci di selezionare i pazienti nei quali il bersaglio è presente, monitorare la risposta alla terapia e, potenzialmente, intercettare precocemente la ripresa della malattia, prima che la recidiva diventi clinicamente o radiologicamente evidente.
Questo è particolarmente importante perché il glioblastoma non è una massa statica, ma un ecosistema dinamico, eterogeneo e capace di adattarsi alle terapie. Disporre di un biomarcatore accessibile nel sangue potrebbe consentirci di passare da fotografie distanziate nel tempo a una lettura molto più dinamica di ciò che sta accadendo nella malattia e, in prospettiva, calibrare di conseguenza la strategia terapeutica.
C’è poi un ultimo elemento che considero essenziale. Molti risultati promettenti ottenuti nella ricerca sul glioblastoma non sono riusciti negli anni a tradursi in un beneficio equivalente per i pazienti. Per questo con Tepov abbiamo scelto di alzare deliberatamente l’asticella della validazione: mettere questi risultati alla prova in modelli sempre più aderenti alla complessità della situazione clinica del paziente.



























