Una gara d’appalto annullata dal TAR non fa notizia. Come un treno in ritardo. Ma questa ha le sue peculiarità, a cominciare dalla motivazione. I giudici di Torino hanno infatti ritenuto che l’offerta del vincitore (sette milioni e duecentomila euro) sia stata sottodimensionata, a scapito della qualità del servizio
di Giovanni Monchiero*
Non so quante ore-lavoro richieda l’elaborazione di un software e devo quindi ritenere fondato il rilievo del tribunale, ma sette milioni e rotti per un “Sovra-Cup” mi sembrano, di per sé, soldi mal spesi. È almeno un quarto di secolo che si tenta di ridurre le liste d’attesa estendendo l’area geografica delle prestazioni prenotabili. Allora, nella mia Asl, l’attesa si misurava a giorni, talora a settimane, adesso a mesi, anche più di dodici. La causa dei ritardi deve essere più complessa.
Buon senso suggerisce che l’investimento milionario in una nuova procedura informatica, capace di rendere più snello l’iter della prenotazione, rischi di venire vanificato dalla indisponibilità della prestazione. Ed aggiungere luoghi di offerta non prossimi all’utente, è proposta poco apprezzata. Come testimonia il numero delle rinunce. Fra i dati esposti nel recente documento di presentazione delle “idee nuove” per una riforma del SSN mi ha molto colpito quello relativo al rifiuto degli appuntamenti al Cup: il 65% ha detto NO. Pietra tombale sull’illusione che un sistema di prenotazioni regionale serva a ridurre le liste d’attesa.
Per tacere della circostanza che con i famosi sette milioni si sarebbero potuti assumere una settantina di medici. Destinandoli ad attività ambulatoriali si sarebbero ottenute, in un anno, 350.000 visite in più. Poca cosa se rapportata alla domanda dei piemontesi, ma sempre meglio che sentirsi proporre – magari da una flautata voce artificiale – un viaggio da Cuneo a Domodossola o da Verbania a Ceva.
Assomiglia tanto ad una frettolosa toppa anche la soluzione al problema delle Case di Comunità, costruite nei tempi programmati (forse) ma prive del personale necessario. Obiezione mossa da tutti, anche da chi se ne è poi scordato, al progetto iniziale. Tanto il DM77 che il PNRR, infatti, tratteggiarono una riorganizzazione dei servizi territoriali carente di visione d’insieme al punto da ignorare il problema del personale. Il tentativo di tamponare la falle all’ultimo minuto con un decreto legge che trasformava il rapporto di lavoro dei medici di medicina generale e li precettava nelle nuove strutture è naufragato. Dopo qualche smarrimento, si è trovata la quadra nel chiedere ai medici di base di effettuare sei ore alla settimana nelle nuove Case, ovviamente dietro specifico compenso. Esultano i sindacati. Festeggia, chissà perché, anche la parte pubblica.
L’idea che una riforma ritenuta epocale possa reggersi su un modesto impegno aggiuntivo di chi già opera nel settore, è in sé contraddittoria. Tutto è destinato a rimanere sostanzialmente come prima. L’organizzazione delle cure primarie si baserà ancora su un professionista di riferimento cui si aggiunge la versione rinnovata del poliambulatorio Inam. Idee, entrambe, che hanno dato buoni risultati ma sono vecchie di un secolo. Non si fa innovazione cambiando targhe e denominazioni. Il richiamo alla comunità – poi – è puro esercizio retorico. Nel nostro attuale modo di vivere non c’è posto per il concetto di comunità.
Inappropriato è anche il modello “hub-spoke” applicato alle Case di Comunità. Per quanto riguarda l’approfondimento della diagnosi e successiva cura, il punto naturale di riferimento deve essere l’ospedale di Asl, a sua volta spoke nella rete ospedaliera regionale. Altri passaggi costituiscono inutili doppioni, con spreco di risorse.
Aggiungo che dell’ospedale per le cure intermedie (allora si chiamava così) sento parlare da quarant’anni. Premesso che strutture da 20 posti letto comportano ovvie diseconomie gestionali, costruirne una ogni 50.000 abitanti non risolverà alcun problema. Per tacere dei pregiudizi ideologici che stanno a monte. Ho letto – nei giorni di maggior tensione – il presidente provinciale di un Ordine delle Professioni Infermieristiche auspicare un Ospedale di Comunità senza medici: qualcosa di meno di una casa di riposo. Perché chiamarlo ospedale?
Nulla si riforma per questa via. Aggiungendo toppe si arricchisce il vestito di Arlecchino, non si fa un abito nuovo. Occorre recuperare visione d’insieme unita a reale disponibilità a rinnovare. Le “Idee Nuove per un SSN Equo e Sostenibile” proposte da un gruppo di accademici ed esperti del settore sono uno stimolo da non lasciar cadere. Dal numero di settembre la nostra rivista dedicherà ampio spazio al dibattito e anche questa newsletter offrirà settimanale accoglienza alle “Opinioni” dei lettori.
Il mondo della sanità deve essere il primo protagonista del dibattito. Approfondire la discussione è il modo migliore per manifestare volontà di cambiamento.
*Vicedirettore Panorama della Sanità














