Il presidente Simeu richiama il Governo alla necessità di tavoli tecnici stabili e multidisciplinari. Al centro, la carenza di personale, l’integrazione tra territorio e ospedale, la formazione e il superamento delle disomogeneità regionali
La riforma del 118 non può essere costruita senza il contributo diretto dei professionisti che ogni giorno operano nell’emergenza-urgenza. È questo il punto di partenza dell’intervista al presidente SIMEU, Alessandro Riccardi, che richiama l’urgenza di un confronto strutturato con società scientifiche, operatori sanitari e attori del sistema. Dalla carenza di medici e infermieri al ruolo del volontariato, dalla necessità di standard nazionali alla frammentazione regionale, Riccardi indica le priorità di una riforma capace di garantire continuità clinica, qualità delle cure e sostenibilità del servizio.
“Presidente Riccardi, nel documento che avete presentato si chiede che la riforma del 118 non venga “scritta in emergenza”, ma “con l’emergenza”. Qual è, concretamente, il primo passo che il Governo dovrebbe compiere per rendere reale questo coinvolgimento?”
Il primo, indispensabile passo che il Governo deve compiere è quello di ascoltare le associazioni scientifiche e professionali che operano sul campo ogni giorno, istituendo immediatamente dei tavoli stabili di consultazione tecnica che siano multispecialistici e multidisciplinari. In queste sedi, l’obiettivo prioritario deve essere quello di mettere ordine all’attuale pletora di figure professionali che operano in modo estremamente disomogeneo nell’emergenza preospedaliera. Oggi nel sistema convivono medici convenzionati operanti sul territorio senza una specializzazione d’area, medici specialisti in Medicina d’Emergenza-Urgenza (Meu) e medici specialisti in Anestesia, Rianimazione, Terapia Intensiva e Dolore (Artid).
Le differenze tra questi profili sono notevoli sul piano giuridico, formativo e delle competenze cliniche. Questa mancanza di chiarezza e frammentazione finisce purtroppo per prestare il fianco a prese di posizione anacronistiche e puramente corporative. Mi riferisco, ad esempio, alla recente e sconcertante interrogazione presentata presso il Consiglio della Provincia Autonoma di Trento, volta a ostacolare l’integrazione dei medici MEU nell’equipe dell’elisoccorso locale per difendere una storica esclusività degli anestesisti-rianimatori. Come Simeu, e poi insieme ad Aaroi-Emac, abbiamo respinto fermamente queste barricate professionali: l’idoneità a operare nei sistemi di elisoccorso (Hems) deve basarsi sulle effettive competenze cliniche certificate nella gestione delle funzioni vitali e del paziente critico, e non su un’etichetta di specializzazione. I medici d’emergenza-urgenza possiedono standard formativi di altissimo livello e del tutto paritetici nell’area del soccorso preospedaliero, rendendo la collaborazione tra le due discipline un modello virtuoso già ampiamente consolidato nel Paese.
“Ad oggi salta all’occhio l’assenza di tavoli tecnici strutturati e permanenti. Quali soggetti dovrebbero sedere a quel tavolo e con quali punti in agenda?”
A quel tavolo devono sedere tutti i reali protagonisti che tengono in piedi l’emergenza-urgenza del nostro Paese: i medici d’emergenza-urgenza, gli infermieri dell’emergenza-urgenza, gli autisti soccorritori e le associazioni di volontariato, come elenco non esaustivo. I punti in agenda sono urgenti e non più procrastinabili: la carenza drammatica di personale, la governance clinica delle reti tempo-dipendenti, l’integrazione reale tra il territorio e l’ospedale, la standardizzazione della formazione specialistica e la digitalizzazione dei processi delle centrali operative.
Tuttavia, dobbiamo chiarire un principio strategico fondamentale per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale: un sistema di emergenza-urgenza efficace ed efficiente non può appoggiarsi in modo strutturale sul volontariato, per quanto prezioso, etico e meritevole sia il suo contributo sociale sul territorio. Una vera riforma, che preveda l’omogeneizzazione della risposta sanitaria tra la fase preospedaliera e quella ospedaliera, richiede la costruzione di un reale continuum operativo e di competenze. Questo obiettivo si può raggiungere soltanto attraverso l’impiego sistematico di operatori professionisti, specializzati e inquadrati con contratti di dipendenza pubblica, lasciando al volontariato un ruolo di supporto logistico o per trasporti a bassissima complessità.
“Tra carenza di personale, integrazione territorio-ospedale, formazione e governance clinica: qual è oggi la criticità principale per il sistema dell’emergenza-urgenza italiano?”
Attualmente, la criticità più drammatica del sistema è senza dubbio la carenza numerica di personale: mancano all’appello circa 3500 medici dell’emergenza-urgenza e un numero ancora più imponente di infermieri. Questa emorragia è l’espressione diretta di un lavoro letteralmente “avvelenato” da dinamiche organizzative estranee alla nostra pertinenza clinica. Penso in primo luogo al devastante fenomeno del boarding – ovvero lo stazionamento forzato nei Pronto Soccorso di pazienti già ammessi in ospedale che attendono per ore o giorni un posto letto nei reparti di degenza, un blocco che ormai paralizza il 90% delle strutture italiane – e in seconda istanza al gravissimo sovraffollamento generato da un flusso incessante di accessi non urgenti che la medicina territoriale non riesce a filtrare.
Questa situazione ha reso la nostra disciplina non più attrattiva. I professionisti dell’emergenza-urgenza oggi lavorano in condizioni psicofisiche inaccettabili e richiedono risposte contrattuali e normative immediate: stipendi adeguati che valorizzino la gravosità del lavoro svolto e le responsabilità connesse; una maggiore flessibilità organizzativa per recuperare un equilibrio sano tra professione e vita privata; il riconoscimento formale della medicina d’emergenza come lavoro particolarmente usurante ai sensi del D. lgs. 67/2011 per poter beneficiare di uno sconto pensionistico; e, infine, il riconoscimento di un periodo di riposo biologico obbligatorio di almeno otto giorni nel corso dell’anno solare, indispensabile per garantire il necessario recupero psicofisico dall’usura delle turnazioni notturne continuative.
“Una riforma nazionale deve garantire standard uniformi, ma il 118 è organizzato in modo molto diverso da regione a regione. Come si può superare questa frammentazione senza cancellare le specificità territoriali?”
La frammentazione del sistema di soccorso, che oggi penalizza i cittadini a seconda della regione in cui risiedono, si supera soltanto attraverso una riforma globale e strutturale che parta dal riordino delle figure professionali operanti nel preospedaliero. La chiave di volta è fare entrare l’attività del 118 in un reale continuum clinico, operativo e contrattuale con l’emergenza-urgenza ospedaliera.
Questo significa prevedere l’inquadramento del personale medico e infermieristico del territorio all’interno della dirigenza e del comparto della dipendenza ospedaliera, specificamente all’interno dei Dipartimenti di Emergenza-Urgenza e Accettazione (Dea). Garantendo l’intercambiabilità e la rotazione degli operatori tra i mezzi di soccorso (ambulanze, automediche, elisoccorso), le centrali operative e i Pronto Soccorso, non solo riduciamo l’usura e il burnout dei singoli professionisti, ma assicuriamo il mantenimento di elevatissimi standard di competenza clinica sul territorio. Questo modello integrato di continuum consente di applicare protocolli omogenei, uniformare la qualità delle cure a livello nazionale e superare la frammentazione regionale, rispettando al contempo le indispensabili specificità logistiche e geografiche di ciascun territorio.
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