Al Congresso SIBioC il punto sul Fse 2.0: solo il 40% dei professionisti segnala un’adozione almeno parziale dello standard Loinc e appena il 45% rileva progetti regionali strutturati. La sfida è rendere i dati uniformi, confrontabili e comprensibili anche al cittadino
Rimini, giovedì 1° ottobre 2026 – La trasformazione digitale e l’interoperabilità dei dati rappresentano una delle sfide decisive per il futuro della Sanità e della Medicina di Laboratorio. Non è più sufficiente digitalizzare un documento: le informazioni che contiene devono poter essere trasferite, comprese e utilizzate correttamente da sistemi, professionisti e strutture differenti, mantenendo inalterato il loro significato clinico. Il tema è al centro del 58° Congresso Nazionale della Società Italiana di Biochimica Clinica e Biologia Molecolare Clinica – Medicina di Laboratorio (SIBioC), in corso a Rimini. Una specifica sessione riunisce professionisti del laboratorio, la Federazione delle Associazioni dei Dirigenti Ospedalieri Internisti (Fadoi) e la Dott.ssa Serena Battilomo del Ministero della Salute per affrontare il valore del referto nella trasformazione digitale della sanità.
Un esame deve poter essere riconosciuto, letto e confrontato correttamente anche in una struttura diversa da quella in cui è stato eseguito. Questa prospettiva si inserisce tra i requisiti richiesti dal nuovo European Health Data Space (Ehds), orientato alla costruzione di regole, standard e infrastrutture comuni per favorire l’uso sicuro e interoperabile dei dati sanitari elettronici in Europa. Il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 segna il passaggio progressivo dal documento statico al dato strutturato. Il referto di Medicina di Laboratorio, infatti, non è più soltanto un documento da archiviare o consultare, ma diventa parte di un patrimonio informativo che deve poter accompagnare la persona nei diversi luoghi e momenti del percorso di cura.
DAL REFERTO AL DATO: L’IMPORTANZA DELL’UNIFORMITÀ – Laboratori e sistemi informativi diversi possono utilizzare codici e modalità differenti per descrivere lo stesso esame. Standard internazionali come LOINC consentono di identificarlo in maniera univoca, affinché il dato possa essere riconosciuto e confrontato indipendentemente dal luogo in cui è stato prodotto. Ciò permette di seguire nel tempo l’andamento dei valori e mettere a disposizione del clinico informazioni affidabili lungo l’intero percorso di cura. Lo scenario è stato delineato dal Gruppo Operativo SIBioC “Refertazione strutturata, contenuti informativi e codifica LOINC per l’interoperabilità del FSE 2.0”, coordinato dalla Dott.ssa Flavia Lillo, che ha promosso un progetto il cui primo passo è stato analizzare la diffusione dei processi di standardizzazione, l’utilizzo della codifica LOINC e le modalità di governo dell’interoperabilità nelle diverse realtà regionali, attraverso un’indagine (survey) nazionale tra i professionisti della Medicina di Laboratorio. Vi hanno partecipato 254 professionisti della Medicina di Laboratorio di tutte le Regioni, in prevalenza dirigenti e direttori di laboratorio.
I DATI SIBioC: UN’ITALIA ANCORA DISOMOGENEA – Il 40% dei partecipanti riferisce un’adozione almeno parziale dello standard internazionale utilizzato per identificare in maniera univoca gli esami di laboratorio. Anche dove il sistema è stato introdotto, tuttavia, il grado effettivo di applicazione non è sempre conosciuto: il 60% dei partecipanti dichiara di non disporre di informazioni sufficienti sulla sua estensione; solo il 20% indica una copertura superiore all’80%. Anche la governance varia: appena il 45% segnala progetti strutturati, referenti o iniziative regionali coordinate sull’armonizzazione e lo scambio dei dati di laboratorio. Tra le principali criticità emergono scarsa conoscenza del tema, sistemi informativi differenti, difficoltà di comunicazione tra le piattaforme, formazione ancora limitata e insufficiente coinvolgimento dei professionisti del laboratorio.
LE SFIDE DA AFFRONTARE E IL RUOLO DI SIBioC – “Il Fascicolo Sanitario Elettronico rappresenta una grande opportunità, ma non è sufficiente trasferire un referto dal cartaceo al digitale – sottolinea la Dott.ssa Sabrina Buoro, Presidente SIBioC – Il salto di qualità consiste nel fare in modo che il risultato diagnostico possa seguire la persona, essere riconosciuto nei diversi sistemi e mantenere ovunque lo stesso significato clinico. Questo ha dirette conseguenze sulla qualità e sulla sicurezza delle cure: un dato comprensibile, confrontabile e affidabile consente al medico di ricostruire meglio la storia del paziente e assumere decisioni più appropriate. A tal fine, la nostra Società sostiene la formazione dei professionisti della Medicina di Laboratorio, affinché possano partecipare attivamente alla trasformazione digitale, governare correttamente i processi di codifica e contribuire alla qualità e alla sicurezza del dato. Ogni competenza potrà essere condivisa con le istituzioni”.
“I risultati confermano che la transizione verso il dato strutturato non è soltanto una sfida tecnologica, ma richiede governance, formazione, competenze professionali e una maggiore collaborazione multidisciplinare: la standardizzazione semantica rappresenta un passaggio essenziale per rendere i dati di laboratorio realmente interoperabili, comprensibili e utilizzabili nel FSE 2.0 – evidenzia Serena Battilomo, Direttore Ufficio 3 – Sistema informativo sanitario nazionale e innovazione digitale in sanità, Ministero della Salute – Ma la digitalizzazione pone anche una seconda sfida: rendere il dato non soltanto accessibile, ma realmente comprensibile e utilizzabile. Attraverso il FSE il cittadino accede infatti sempre più direttamente ai propri dati clinici, a volte senza la tradizionale mediazione interpretativa del professionista sanitario”.
UN REFERTO CHE DEVE PARLARE ANCHE AL CITTADINO – Il cittadino accede sempre più direttamente ai propri risultati, ma avere un dato non significa necessariamente comprenderlo. SIBioC richiama quindi la necessità di referti più chiari e facilmente interpretabili, senza rinunciare alla mediazione del professionista quando serve una contestualizzazione clinica. L’obiettivo è trasformare il dato diagnostico in informazione utile sia al medico sia alla persona. Un dato strutturato, interoperabile e correttamente interpretato può generare valore lungo l’intero percorso di vita della persona, sostenendo la continuità e la personalizzazione delle cure e, nel rispetto delle regole previste per l’utilizzo dei dati, contribuendo anche alla prevenzione, alla ricerca epidemiologica e alla programmazione sanitaria.
























