La nuova figura può rappresentare una risposta concreta alla crescente complessità della popolazione anziana. Perché funzioni davvero, però, occorre definirne con precisione collocazione, rapporti con il territorio, autonomia prescrittiva e capacità di coordinamento

di Marco Trabucchi*

Il geriatra di comunità è un’idea forte, e potenzialmente vincente, in un Paese in cui cresce il numero delle persone anziane, spesso molto anziane, fragili e portatrici di problemi clinici complessi. La presenza di una competenza specifica dedicata alla salute dell’anziano può diventare un elemento prezioso non solo per migliorare il benessere dei cittadini, ma anche per rafforzare la serenità delle famiglie e delle comunità.

La cultura geriatrica, infatti, non è ancora sufficientemente diffusa nel sistema delle cure, se non in alcuni contesti specialistici. Eppure, proprio la capacità di leggere insieme malattia, fragilità, autonomia, contesto familiare, condizioni sociali e qualità della vita rappresenta oggi una delle sfide decisive per la sanità territoriale. In questo senso, il geriatra di comunità potrebbe svolgere anche una funzione di disseminazione culturale: non solo curare, ma diffondere idee concrete, praticabili e fondate sull’esperienza clinica.

Perché questa figura possa esprimere davvero il proprio potenziale, tuttavia, è necessario chiarire alcuni punti essenziali. Il primo riguarda la collocazione del suo intervento. Il geriatra di comunità opererà nelle Case di comunità, che in molte realtà devono ancora trovare una definizione compiuta di compiti, strutture e responsabilità? Oppure sarà incardinato nei distretti? E con quale presenza oraria, continuità e disponibilità nei confronti dei servizi?

Un secondo nodo riguarda il numero dei professionisti necessari. Quanti geriatri di comunità sono previsti in rapporto alla popolazione anziana e fragile? Dove saranno reperiti? E, se si intende rendere questa figura realmente capillare, è previsto un incremento significativo dei posti nelle scuole di specializzazione in geriatria?

Vi è poi il tema, delicatissimo, dell’autorità professionale. Il geriatra di comunità dovrà coordinare altre figure coinvolte nella cura dell’anziano, dagli psicologi ai terapisti della riabilitazione, dai terapisti occupazionali agli infermieri e agli assistenti sociali. Ma con quale mandato? Con quali strumenti? E con quale riconoscimento formale all’interno delle reti assistenziali?

Altrettanto decisivo sarà il rapporto con il medico di medicina generale. Il geriatra di comunità sarà un consulente? Un co-gestore dei casi complessi? Avrà una propria autonoma capacità prescrittiva? La risposta a queste domande non è secondaria, perché da essa dipenderà la possibilità di costruire percorsi realmente efficaci, evitando sovrapposizioni, ambiguità o conflitti di competenza.

Lo stesso vale per il rapporto con le RSA, con i medici che vi operano e con i CDCD, i Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze. Il geriatra di comunità avrà un ruolo di gestione diretta, di consulenza o di coordinamento? Potrà diventare il riferimento per i casi più complessi, per i pazienti con demenza, per gli anziani pluripatologici e per le famiglie che spesso si trovano sole di fronte a scelte difficili?

Infine, resta aperto il rapporto con l’ospedale. Gli ospedali, per loro natura, accettano con difficoltà interferenze esterne. Eppure, proprio nelle dimissioni dei pazienti molto anziani si gioca una parte cruciale della continuità assistenziale. Il geriatra di comunità potrà diventare il punto di riferimento per accompagnare le dimissioni protette, ridurre il rischio di rientri impropri e garantire che il ritorno a casa, o in una struttura territoriale, non sia un passaggio fragile e solitario?

I problemi da affrontare sono molti e, in parte, ancora incerti. Ma l’incertezza non deve diventare un alibi per l’immobilismo. La direzione è giusta: portare competenze geriatriche dove vivono le persone, dentro le comunità, accanto alle famiglie, nei luoghi in cui la fragilità si manifesta ogni giorno. Occorre quindi procedere con prudenza organizzativa, ma anche con convinzione. Perché una sanità che sappia prendersi cura degli anziani fragili è una sanità più giusta, più intelligente e più vicina alla vita reale delle persone.

*Direttore gruppo di ricerca geriatrica di Brescia