La simulazione in sanità è uno strumento strategico che genera benefici che vanno oltre la sola formazione. Un approccio che rafforza l’appropriatezza clinica e organizzativa
di Francesco Bassan*, Pier Luigi Ingrassia°
La tutela del diritto alla salute è perseguita dal Servizio Sanitario Nazionale attraverso prestazioni erogate in un contesto di rapido avanzamento tecnologico, carenza di personale, risorse limitate e aumento della domanda di salute della popolazione. Già solo questi elementi fanno intuire come i nostri professionisti siano quotidianamente esposti a decisioni per le quali la dimensione dell’incertezza rappresenta una costante, e rendono conto dell’importanza, per il mantenimento della qualità dell’assistenza sanitaria e la sicurezza delle cure, di dotarsi di strumenti di adattamento e miglioramento continuo.
In questo scenario, una delle innovazioni più rilevanti, e tuttavia sottoutilizzata, degli ultimi decenni, non riguarda direttamente la scoperta di una nuova molecola o procedura chirurgica, ma di uno strumento metodologico attraverso il quale i professionisti sanitari apprendono, si allenano, testano e migliorano i sistemi di cura: la simulazione.
La simulazione sanitaria, quando rispetta riconosciuti standard internazionali, permette di ricreare una situazione o un ambiente per consentire alle persone di sperimentare una rappresentazione di un evento reale (generalmente clinico o clinico-organizzativo) allo scopo di esercitarsi, apprendere, valutare, testare o acquisire una comprensione dei sistemi o delle azioni umane.
Le Linee di indirizzo sullo sviluppo della simulazione in sanità, emanate dal Ministero della Salute nel 2022, hanno fornito per la prima volta nel nostro Paese, tra i primi in Europa, e non solo, un riferimento nazionale per l’utilizzo della simulazione e per la definizione di standard condivisi, riconoscendone il valore strategico per la qualità e la sicurezza delle cure.
Recentemente anche la Commissione Nazionale per la Formazione Continua ha ridefinito i criteri per l’assegnazione dei crediti Ecm introducendo la simulazione come tipologia formativa autonoma, con il più alto coefficiente di attribuzione creditizia e riconoscendola esplicitamente come strumento per la riduzione del rischio clinico, non solo come metodologia didattica.
In questa prospettiva, ci sembra utile introdurre una riflessione in termini di valore pubblico della simulazione. Oggi finalmente si gettano i presupposti per leggere la simulazione non più esclusivamente come attività didattica, cosa che renderebbe il suo impatto sottostimato e confinato a contesti limitati, ma invece si inizia a cogliere la capacità di generare benefici multidimensionali, emerge con maggiore chiarezza il suo ruolo potenziale all’interno delle politiche sanitarie.
Ma cosa si intende per valore pubblico? Si tratta di un concetto sempre più rilevante nei processi di pianificazione delle aziende sanitarie.
Mark Moore, docente della Harvard Kennedy School, definisce il valore pubblico come l’obiettivo finale delle organizzazioni pubbliche: creare benefici riconosciuti e apprezzati dalla collettività. Non si tratta soltanto di migliorare singoli indicatori di performance, ma di generare un impatto multidimensionale, sanitario, economico, sociale, che giustifica e orienta le scelte di investimento della Pubblica Amministrazione. È in questa cornice che va riletta la simulazione sanitaria: non come strumento “semplicemente” formativo, ma come infrastruttura strategica capace di generare valore pubblico duraturo.
Un esempio aiuta a chiarire il concetto. Immaginiamo che un’azienda sanitaria investa in un programma strutturato di simulazione nei propri reparti. L’investimento ha un costo iniziale misurabile. Ma già prima del break even point finanziario, quella scelta produce valore pubblico concreto: riduce gli errori clinici, migliora la gestione delle emergenze, rafforza il lavoro di équipe, migliora il benessere degli operatori, abbatte i costi del contenzioso. Benefici non sempre immediatamente monetizzabili, ma reali e rilevanti per la comunità, esattamente come la riduzione delle emissioni di CO₂ generata da un’infrastruttura ferroviaria giustifica l’investimento pubblico anche prima che raggiunga il pareggio economico.
Per analizzare meglio il contributo della simulazione alla creazione di valore pubblico rifacciamoci a due direttrici fondamentali: l’appropriatezza, intesa come una dei principali determinanti della performance dei sistemi di cura, e lo sviluppo del capitale umano.
Secondo il glossario del Ministero della Salute l’appropriatezza definisce un intervento sanitario preventivo, diagnostico, terapeutico, riabilitativo correlato al bisogno del paziente o della collettività, fornito nei modi e nei tempi adeguati, sulla base di standard riconosciuti, con un bilancio positivo tra benefici, rischi e costi. In questa prospettiva, l’appropriatezza genera valore pubblico poiché consente di massimizzare i benefici per i cittadini attraverso un uso efficiente delle risorse disponibili, riducendo al contempo sprechi, rischi e variabilità ingiustificata delle pratiche cliniche.
È possibile distinguerne due dimensioni principali. Da un lato, l’appropriatezza clinica, che riguarda la scelta della prestazione più indicata sulla base delle migliori evidenze disponibili e del profilo rischio-beneficio per il singolo paziente. Dall’altro, l’appropriatezza organizzativa, che attiene all’erogazione delle cure nel contesto assistenziale più idoneo, in grado di garantire sicurezza ed efficienza.
La simulazione sanitaria può contribuire in modo significativo a potenziare entrambe le dimensioni. Sul piano clinico, offre ai professionisti uno spazio protetto in cui sviluppare il ragionamento decisionale, riconoscere i bias cognitivi e affinare la capacità di selezionare interventi coerenti con le evidenze scientifiche e con le caratteristiche del paziente. In questo modo, rafforza la qualità delle decisioni e la loro coerenza con i principi dell’appropriatezza. Sul piano organizzativo, la simulazione, in particolare nella sua modalità in situ, realizzata all’interno dei contesti reali di cura, consente di testare percorsi assistenziali, strutture, procedure e tecnologie prima della loro implementazione. Questo approccio permette di individuare criticità latenti, verificare la reale applicabilità dei protocolli e ottimizzare i processi, contribuendo a garantire che il setting assistenziale sia adeguato in termini di sicurezza ed efficienza.
In un sistema sanitario orientato alla creazione di valore pubblico, l’erogazione di prestazioni appropriate, sia sul piano clinico sia su quello organizzativo, rappresenta una condizione essenziale. In questo quadro, la simulazione si configura quindi come una leva concreta di miglioramento della performance, capace di contribuire, se adeguatamente integrata nelle politiche e nei processi organizzativi, alla qualità e alla sostenibilità dei servizi sanitari.
Lo sviluppo del capitale umano rappresenta una delle dimensioni più rilevanti nella generazione di valore pubblico. Creare valore, infatti, non significa soltanto migliorare esiti clinici o ottimizzare l’uso delle risorse, ma anche valorizzare pienamente il talento degli operatori sanitari, mettendoli nelle condizioni di operare con competenza, consapevolezza e senso del proprio ruolo.
La simulazione, in questo ambito, si configura come una leva particolarmente significativa, un vero e proprio laboratorio etico, in quanto le attività simulate sono fondate sul riconoscimento e sul rispetto della dignità della persona, principio esplicitamente sancito anche nei codici etici internazionali delle società scientifiche di simulazione. Per lungo tempo la formazione clinica si è basata su un modello in cui studenti e professionisti acquisivano competenze direttamente sui pazienti, che finivano per essere considerati, almeno in parte, come mezzi del percorso formativo dell’operatore e non il fine dell’agire. La simulazione oggi consente di invertire questa logica perché offre agli operatori un laboratorio dove il simulatore rappresenta il vero e proprio mezzo attraverso cui esercitare competenze.
In tale prospettiva, essa restituisce al paziente la sua centralità, riconoscendolo non come “occasione” di formazione, ma come persona portatrice di dignità, valori e diritti. Il paziente riacquista così il ruolo di fine ultimo dell’agire sanitario, contribuendo alla costruzione di un sistema più etico, umano, sicuro e sostenibile. La riflessione guidata dopo le esperienze di simulazione oltre al ruolo analitico rappresenta l’opportunità per i professionisti di riconnettersi con il valore e significato del proprio lavoro.
La sfida oggi non è più quella del riconoscimento. È quella della piena integrazione. Solo leggendo la simulazione attraverso la lente del valore pubblico, e non più soltanto come attività didattica, sarà possibile valorizzarne il potenziale reale: migliorare gli esiti di salute dei cittadini e, al contempo, tutelare e sviluppare la risorsa più strategica del Servizio Sanitario Nazionale, i suoi professionisti.
*Medico specialista in medicina d’emergenza-urgenza; Membro della Società Italiana di SIM in MEDincina (SIMMED): Certificato “professionista esperto in simulazione in sanità”
°Responsabile Scientifico del Centro Cantonale di Simulazione, CPS-MT Lugano; Presidente della Società Europea di Simulazione (SESAM); Direttore Editoriale di SIMZINE




























