Il rapporto presentato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite evidenzia passi avanti nelle politiche per gli anziani, ma una vita più lunga non si tradurrà in una vita sana e dignitosa senza investimenti più rapidi e costanti a livello nazionale. L’Oms: accelerare l’azione entro il 2030
A metà del percorso del Decennio delle Nazioni Unite per l’Invecchiamento in Buona Salute 2021-2030, sempre più Paesi stanno adottando politiche e strumenti per migliorare la salute, l’autonomia e la qualità della vita delle persone anziane. Ma i progressi restano disomogenei e, senza maggiori investimenti a livello nazionale, l’aumento dell’aspettativa di vita non si tradurrà automaticamente in più anni vissuti in salute e con dignità. È quanto emerge dal rapporto sullo stato di avanzamento del Decennio, trasmesso dal Segretario generale delle Nazioni Unite alla 81ª sessione dell’Assemblea generale. Il documento è stato preparato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) in collaborazione con il sistema delle Nazioni Unite, con il contributo di 13 agenzie ONU, del Gruppo Banca Mondiale e di organizzazioni della società civile.
La popolazione mondiale con almeno 60 anni ha superato il miliardo nel 2020 e potrebbe raggiungere i 2,1 miliardi entro il 2050, con la crescita più rapida prevista nei Paesi a basso e medio reddito. L’allungamento della vita, tuttavia, non coincide necessariamente con un aumento degli anni vissuti in buona salute: tra il 2000 e il 2023 il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in buona salute a 60 anni si è ampliato a livello globale.
«Vivere più a lungo è una delle grandi conquiste dell’umanità, ma non possiamo considerarla un successo se milioni di persone restano senza salute e senza sostegno», ha affermato Pascale Allotey, direttrice del Dipartimento OMS per la salute sessuale, riproduttiva, materna, infantile, adolescenziale e l’invecchiamento. «La prima metà del Decennio ha mostrato ciò che è possibile fare. La seconda deve concentrarsi sull’estensione e sul finanziamento dei progressi raggiunti».
Più Paesi intervengono contro l’ageismo
Il rapporto documenta diversi segnali positivi. La quota di Paesi dotati di legislazione contro la discriminazione legata all’età è passata dal 44,5% del 2018 al 57,7% attuale. Sono inoltre aumentati i Paesi con politiche nazionali per l’assistenza a lungo termine, passati dal 49% nel 2023 al 56,7%. Il 54,6% dei Paesi dispone oggi di programmi dedicati alla creazione di ambienti favorevoli all’invecchiamento e la stessa percentuale riferisce di utilizzare valutazioni integrate della salute e delle condizioni sociali delle persone anziane.
Le linee guida dell’OMS sull’assistenza a lungo termine e sull’Integrated Care for Older People (ICOPE) stanno inoltre favorendo l’integrazione di questi servizi nei sistemi sanitari nazionali, mentre diverse agenzie ONU e organizzazioni partner lavorano sulla formazione degli operatori e sull’utilizzo degli strumenti di sanità digitale.
«Il rapporto dimostra che il Decennio per l’Invecchiamento in Buona Salute sta producendo risultati», ha dichiarato Ritu Sadana, responsabile della segreteria OMS per il Decennio. Restano tuttavia differenze tra Paesi e aree del mondo e, in alcuni ambiti, si registrano persino arretramenti. È diminuita, infatti, la quota di Paesi che riferiscono la presenza di forum attivi e multi-stakeholder dedicati all’invecchiamento: dal 53,1% del 2020 al 43,3% attuale.
Il nodo dei finanziamenti
La principale criticità individuata dal rapporto riguarda le risorse economiche. Il 33,8% dei Paesi che hanno fornito dati dispone di risorse dedicate molto limitate o assenti per sviluppare l’assistenza a lungo termine. Carenze analoghe interessano altre aree prioritarie del Decennio. Anche l’accesso agli ausili rappresenta un problema: meno della metà dei Paesi, il 45,4%, dispone di una legislazione che ne garantisca l’accesso. Si tratta di strumenti come apparecchi acustici, occhiali e ausili per la deambulazione, fondamentali per sostenere autonomia e partecipazione sociale.
Ancora più ampia è la lacuna sul fronte dei dati. Solo il 22,7% dei Paesi è in grado di monitorare nel tempo lo stato di salute delle persone anziane. Secondo il rapporto, disporre di informazioni rappresentative della popolazione è indispensabile per costruire politiche adeguate, perché le persone anziane della stessa età possono avere bisogni, condizioni di salute e capacità molto differenti.
Per colmare questi divari entro il 2030, il rapporto chiede investimenti stabili attraverso i bilanci nazionali, programmi definiti dai singoli Paesi, cooperazione internazionale e nuovi strumenti di finanziamento.
L’invecchiamento come investimento
Anche il Gruppo Banca Mondiale sottolinea la dimensione economica dell’invecchiamento sano. Secondo Fiona Stewart, Global Lead for Ageing and Pensions della Banca Mondiale, investire in assistenza integrata e di lungo termine può generare risparmi superiori ai costi iniziali, oltre a sostenere la partecipazione economica delle persone anziane e lo sviluppo della cosiddetta silver economy. Il rapporto sottolinea quindi la necessità di considerare l’invecchiamento non soltanto come una questione assistenziale, ma come una componente strutturale delle politiche sanitarie, sociali ed economiche.
Il punto di vista degli anziani
Nel documento trovano spazio anche le esperienze direttamente riferite dalle persone anziane. Tra le fonti utilizzate figura un’indagine internazionale multilingue della International Federation on Ageing, che ha coinvolto oltre 1.000 persone anziane in 58 Paesi. Per la seconda metà del Decennio, OMS e partner delle Nazioni Unite chiedono ai governi di accelerare l’attuazione delle politiche, rafforzare i sistemi informativi e garantire finanziamenti adeguati. L’obiettivo fissato per il 2030 è trasformare i progressi già registrati in risultati concreti e accessibili, affinché l’aumento della longevità possa tradursi in più anni vissuti in salute, autonomia e dignità per le persone anziane in ogni Paese.


























