La mancanza di cure sanitarie eque costa l’1,4% del PIL europeo ogni anno

Mar 27, 2024 | Enterprise

Nessuna realtà può risolvere il problema delle disuguaglianze sanitarie da sola, ma il comparto Medtech ha un ruolo chiave nell’identificarle e creare soluzioni per cure migliori e più eque

L’equità sanitaria, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, è l’assenza di differenze ingiuste, evitabili o rimediabili, nella salute e nel benessere delle persone. Eppure, esistono ancora differenze all’accesso all’assistenza sanitaria, tra Paesi con PIL diversi oppure tra popolazioni rurali e urbane. Un tema rilevante dal punto di vista sociale, ma anche finanziario: il Parlamento europeo stima che le disuguaglianze sanitarie nell’Unione Europea costano intorno all’1,4% del PIL ogni anno, quasi corrispondente alla spesa dell’UE per la difesa (1,6% del PIL).

L’equità sanitaria è, infatti, tra i temi materiali di sostenibilità ESG per la maggior parte degli operatori farmaceutici e di Medtech, così come nei piani strategici del 90% della leadership, che secondo l’analisi di Boston Consulting Group (BCG), Making Medtech More Equitable, afferma di voler affrontare la questione.

Dalla ricerca emerge una chiara concordanza sulla necessità di promuovere l’equità sanitaria: ben il 98% della leadership intervistata dice di comprendere l’impatto che la loro attività può avere sulle disuguaglianze sanitarie, mentre il 90% afferma di avere già dei piani aziendali formali per affrontarle. Il limite rimane l’esecuzione di questi piani, e tra gli ostacoli agli investimenti per la mitigazione del problema vengono citate la presenza di “priorità più immediate” e la “mancanza di un business case”.

Come spiega Alessandra Catozzella, Partner di Bcg: “Tra i fattori che generano disparità vi sono le condizioni socioeconomiche dei pazienti, ma anche la mancanza di strutture sanitarie in alcune aree, così come la qualità dell’assistenza medica. Il problema esiste e ha impatti rilevanti sull’incidenza di malattie e l’aspettativa di vita della popolazione. In Italia, ad esempio, i divari di salute per area di residenza sono persistenti e non solo tra regioni del Nord e regioni del Sud, ma anche all’interno della stessa regione, ad esempio nelle aree rurali”.

 Secondo dati dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, ricavati su elaborazioni Istat, l’aspettativa di vita in Campania per gli uomini è 78,9 anni per le donne 83,3 anni, mentre a Trento la speranza di vita è rispettivamente di 81,6 per gli uomini e 86,3 anni per le donne.

 I dati mostrano che anche il livello di istruzione potrebbe avere un impatto diretto sulla salute, poiché individui con un basso livello di istruzione hanno una speranza di vita inferiore rispetto a coloro che possiedono una laurea: i primi hanno una prospettiva di vita di 77 anni contro gli 82 anni dei secondi.

4 fonti di disuguaglianze sanitarie su cui il settore può lavorare

La prima riguarda i prodotti progettati, testati e distribuiti senza tenere conto delle esigenze di diverse popolazioni di pazienti o sistemi sanitari: uno studio del 2022 ha esaminato gli ossimetri a impulsi negli Stati Uniti, che utilizzano la luce per misurare la saturazione di ossigeno nel sangue. Questi strumenti sovrastimavano il livello di saturazione di ossigeno arterioso nei pazienti asiatici, neri e ispanici rispetto ai pazienti bianchi, generando problemi nella diagnosi del Covid e ritardandone la cura.

Oltre al fattore razziale, è rilevante anche il fattore di genere, con farmaci e dispositivi medici sviluppati a misura di uomo, ma usati anche sulle donne con risultati non sempre soddisfacenti. Partiamo da uno strumento comune come la siringa: nel caso dell’iniezione intramuscolo, la lunghezza dell’ago è stata stabilita per veicolare il farmaco nel muscolo con misure standard da uomo, motivo per cui potrebbe non andare bene nelle donne con parti del corpo che presentano più tessuto adiposo, come il gluteo. L’ago potrebbe non raggiungere il muscolo, modificando la farmacocinetica del medicinale iniettato.

Stesso discorso per le protesi di ginocchio e anca, che secondo alcuni studi avrebbero un rischio di revisione a 3 anni del 30% più alto per le donne rispetto agli uomini; per i dispositivi di assistenza ventricolare, con il dispositivo standard da 70 cm cubi approvato dall’FDA nel 2004 troppo grande per l’anatomia femminile, ridotto a 50 cm cubi solo nel marzo del 2020; estendendosi fino alle sperimentazioni sui materiali, ad esempio gli impianti a rete impiegati in chirurgia uroginecologica, mai state sottoposte a studi clinici sulle donne prima di essere approvate, oggetto di numerosi richiami in seguito alle migliaia di disagi riportati dalle donne con dolori, infezioni, sanguinamenti, problemi urinari, danni ai nervi e ai tessuti in seguito all’impianto.

Vi sono poi i prodotti non accessibili a tutti i pazienti: a metà del 2021, solo lo 0,4% dei 3,2 miliardi di test per il Covid in tutto il mondo era stato somministrato nei Paesi a basso e medio reddito, anche se il 75% della popolazione mondiale vive in queste regioni. Divario che si è ridotto, ma nel 2023 solo il 35% dei test Covid è stato somministrato in questi Paesi.

I prodotti troppo costosi per alcune popolazioni: un sondaggio condotto in oltre 50 Paesi a basso e medio reddito ha mostrato che anche negli ospedali urbani, la principale barriera all’uso dell’ecografo, strumento essenziale e ampiamente utilizzato nei Paesi ad alto reddito, è il costo eccessivo.

 Infine, i prodotti non adottati da tutte le fasce di popolazione: la ricerca e lo sviluppo di dispositivi medici limitano spesso i test a campioni non rappresentativi, che trascurano la diversità genetica e fenotipica della popolazione mondiale, così come delle varie esigenze culturali, che può tradursi in dispositivi che non sono completamente efficaci o accettati dalle comunità per cui sono stati ideati.

Espandere la definizione di valore per abbattere le disparità sanitarie

Oltre ad essere una responsabilità sociale, impegnarsi per garantire l’equità è una decisione molto importante per le aziende, che possono espandere la propria definizione di valore, ovvero creare business case più completi che guardano a nuovi modi di generare impatto, andando oltre gli indicatori finanziari tradizionali. I benefici di queste iniziative potrebbero essere diversi: innanzitutto, una maggiore attrazione e ritenzione dei talenti, poiché iniziative di equità sanitaria portano le aziende a differenziarsi in modo virtuoso sul versante della responsabilità sociale e dell’impegno per le problematiche connesse. Vi è poi l’accesso a nuovi mercati grazie a prodotti e servizi per le comunità attualmente sotto-servite. Sviluppare prodotti per più mercati dà alle aziende la possibilità di confrontarsi con ambienti normativi diversi e aprire partnership locali strategiche a sostegno della R&D o di altre funzioni aziendali. Inoltre, con la crescente importanza delle tematiche ESG per gli investitori, un forte impegno per l’equità sanitaria può aiutare le aziende di medtech a costruire relazioni più forti con i propri investitori e attrarne di nuovi, con un “valuation premium” fino al 12%. Infine, un approccio proattivo all’equità sanitaria aiuterà le aziende a soddisfare requisiti normativi sempre più orientati al tema. In Italia, ad esempio, il piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere, adottato con il decreto del 13 giugno 2019, esorta a “un utilizzo dei dispositivi medici che tenga conto delle differenze anatomico-funzionali legate al genere”, evidenziando come non sia ancora preso in considerazione a sufficienza “pur essendo stato riconosciuto rilevante in ambito sanitario”.

Tradurre la consapevolezza in azione

Promuovere l’equità sanitaria richiede di realizzare prodotti che siano adattati, accessibili, convenienti e disponibili a tutti coloro che possano trarne beneficio. Come fare? Ci sono delle priorità che le aziende sanitarie possono tenere in considerazione.

  • Costruire consapevolezza sul problema e sul potenziale delle soluzioni, fissando obiettivi specifici a lungo termine. Ciò comporta una visione completa degli indicatori di successo.
  • Integrare l’equità sanitaria come priorità in tutte le funzioni aziendali e lungo l’intero ciclo di vita del prodotto, a partire dalla R&D, includendo prodotti che soddisfano le esigenze delle popolazioni e dei mercati sottoserviti e tenendo conto di diverse tipologie di pazienti nei trial clinici.
  • Costruire partnership strategiche a lungo termine con altre realtà sanitarie, inclusi provider sanitari, organizzazioni governative, organizzazioni no-profit, gruppi di advocacy e comunità, per aumentare la portata e l’impatto degli sforzi.
  • Rimanere impegnati e coerenti, in modo che il tema non venga abbandonato o deprioritizzato quando le condizioni di mercato esterne o le priorità interne cambiano. Gli obiettivi devono essere pubblici, la leadership deve essere ritenuta responsabile dei progressi e i risultati devono essere promossi esternamente.

La maggior parte dei leader del settore desidera fare la differenza e, sebbene i ritorni finanziari siano l’imperativo, non sono l’unico obiettivo. Adottando misure efficaci per migliorare l’equità sanitaria, le leadership possono infatti migliorare la vita di milioni di persone, generando al contempo benefici aziendali.

“Nell’healthcare abbiamo il privilegio (e dovere) di generare un impatto reale sulla vita delle persone – evidenzia Catozzella. Al di là dei requisiti normativi e dei sempre più numerosi report e indicatori richiesti (oltre 1.100 data point solo per effetto della CSRD), credo non vi sia modo migliore per misurare la sostenibilità che assicurare accesso equo alle cure, che si misura in numero di persone che hanno accesso a farmaci, vaccini e cure di qualità, nonché in riduzione delle reazioni avverse, complicazioni e morti evitabili legate a bias (di genere o etnia) nella ricerca clinica e farmacologica”.

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