Il 22 settembre all’Istituto Sturzo la presentazione di un volume dedicato alle nuove sfide delle Medical Humanities. Al centro, il rapporto tra innovazione, intelligenza artificiale e centralità della persona. Mariapia Garavaglia: “La tecnologia offre opportunità straordinarie, ma deve essere governata perché non perda di vista l’uomo”
L’innovazione corre, la medicina cambia e l’intelligenza artificiale apre scenari fino a pochi anni fa difficili da immaginare. Ma proprio mentre la tecnologia conquista nuovi spazi nella cura, torna con forza una domanda essenziale: come preservare la centralità della persona? È questo il filo conduttore del volume che sarà presentato il 22 settembre all’Istituto Sturzo e che affronta le nuove sfide poste alle Medical Humanities dalla trasformazione della sanità contemporanea. Un’occasione per riflettere non soltanto sulle opportunità offerte dall’innovazione, ma anche sulle responsabilità che accompagnano il suo utilizzo. Con Mariapia Garavaglia, già ministro della Sanità, partiamo da qui: dal rapporto tra ricerca, tecnologia ed etica, dal bisogno di un rinnovato umanesimo nell’epoca dell’intelligenza artificiale e, più in generale, dalla necessità di riportare visione, responsabilità e centralità della persona al cuore del Servizio sanitario.
Nella sanità di oggi tecnologia e innovazione sembrano occupare uno spazio sempre maggiore. Perché si rende necessario, forse persino urgente, aprire una riflessione sull’aspetto etico e umano del percorso di cura?
La ricerca, che considero la forma più alta di servizio alla persona, e la tecnologia, che ne interpreta e ne traduce le conquiste, hanno da sempre un ruolo centrale in sanità. Oggi, tuttavia, l’evoluzione ha raggiunto una velocità tale che la normativa fatica a tenere il passo. È questo il vero tema. Papa Francesco ci ha ricordato che «il tempo supera lo spazio»: la responsabilità di tutti, dai regolatori ai cittadini, è dunque enorme, perché richiede la capacità di discernere nell’uso e nelle applicazioni della tecnologia, affinché questa non finisca per sfuggirci di mano.
Il 22 settembre prossimo un evento all’Istituto Sturzo presenta un libro che indaga le nuove sfide che le Medical Humanities sono chiamate a interpretare nella sanità contemporanea. Qual è oggi la più urgente?
La sfida che sta interpellando l’intera comunità scientifica e civile è certamente l’intelligenza artificiale. Applicata alla medicina, offre molti vantaggi, ma presenta anche grandi criticità nella sua gestione. Nella medicina personalizzata e di precisione può contribuire a ridurre le distanze territoriali e, applicata ai diversi ambiti della telemedicina e del tele-intervento, può aiutare a colmare le differenze. Se però sfugge di mano, anche a causa di un eccesso di confidenza nei suoi confronti, rischia di ridurre la persona a oggetto e gli operatori sanitari a semplici ingranaggi del sistema. L’urgenza, quindi, è acquisire piena consapevolezza del fatto che la medicina e il servizio sanitario rappresentano un bene comune, da salvaguardare attraverso l’umanità. L’intelligenza artificiale ha bisogno di un rinnovato umanesimo. Leggere e attuare le esortazioni dell’enciclica Magnifica Humanitas rappresenta, in questo senso, una salvaguardia.
Lei è stata ministro della Sanità. Che cosa pensa della sanità di oggi? Dove stiamo andando e di che cosa dovremmo principalmente preoccuparci?
Il nostro sistema sanitario risente inevitabilmente della sua età, ma resta certamente un bene prezioso, oltre che complesso e costoso. Da più parti vengono proposti rimedi alle difficoltà più evidenti, a cominciare dalla carenza di personale, così come continua a pesare il ritardo nell’effettiva attuazione dell’assistenza primaria. Con il Pnrr sono stati attivati importanti investimenti, ma i dati relativi alla realizzazione delle strutture e all’allestimento dei servizi risultano deludenti. I legislatori del 1978 ebbero una visione. È proprio quella capacità di visione che oggi ci manca. Serve una programmazione in grado di pianificare interventi, tempi, personale e risorse congrue. Serve una regia nazionale che, pur salvaguardando le competenze regionali, sia capace di ridurre, se non di annullare nel breve termine, le profonde differenze territoriali. Differenze che rappresentano un insulto al diritto fondamentale dei cittadini alla tutela della salute e al principio dell’universalismo. Occorre infine affrontare un esercizio difficile, ma necessario: valutare la qualità e il merito, ridurre le diseguaglianze e rafforzare il controllo. Anzi, i controlli.



























