La vera sfida

Mag 15, 2024 | Professioni

Oggigiorno il tema delle malattie infettive è diventato protagonista nel panorama socio-sanitario collettivo. È quanto la recente pandemia Covid-19 ci ha insegnato. Ma da tempo viviamo un’epidemia dal grave impatto che richiede attenzione e azione: le Ica, l’Amr e gli ostacoli da superare

di Marco Falcone*

Ma c’è un’altra problematica di pertinenza infettivologica importante che affligge la comunità scientifica e che nel corso degli anni è stato scotomizzata o comunque non valorizzata sufficientemente, nonostante l’enorme potenziale di pericolosità. Si tratta delle infezioni correlate all’assistenza (Ica). Esse rappresentano una grave complicanza dell’ospedalizzazione prolungata, dell’assistenza sanitaria breve (day-hospital/day-surgery, ambulatori) e dell’assistenza non ospedaliera prolungata (le strutture di lungodegenza, l’assistenza domiciliare, le strutture residenziali territoriali). Le Ica da batteri multiresistenti sono talmente diffuse che sono riconosciute come un’epidemia che coinvolge sia strutture ospedaliere che non e diffusa con diverse percentuali di prevalenza in pressoché tutti i Paesi del mondo. 

I dati di sorveglianza italiana mostrano una prevalenza di Ica in ambito ospedaliero è di circa l’8% con picchi fino al 25% in unità di terapia intensiva. Questi dati sono di notevole importanza in quanto le Ica impattano direttamente sulla mortalità e sulla morbidità dei pazienti. Infatti, la mortalità dei pazienti interessati aumenta di circa il 10% rispetto ai pazienti non infetti nei reparti di degenza ordinari, e fino al 35% nei reparti di terapia intensiva. I pazienti che sviluppano Ica pertanto hanno un più alto rischio di mortalità. Ma non è tutto qui. Essi spesso restano ospedalizzati più a lungo, necessitano di terapie antibiotiche spesso prolungate e di cure assistenziali più avanzate. Tutto ciò si traduce in un burden economico e sanitario tutt’altro che trascurabile nelle strutture ospedaliere italiane. In Italia al momento sono presenti 450.000 casi di infezioni ospedaliere ogni anno, correlati ad un notevole prolungamento della degenza e delle necessità terapeutiche. Si stima inoltre che vi siano circa 15.000 morti l’anno attribuibili alle Ica. La spesa annuale associata supera i 2.000.000.000 di euro, costituendo un problema con un impatto sociale ed economico di proporzioni non trascurabili, considerando che la spesa correlata alle Ica è pari a un decimo della spesa complessiva legata ai tumori (19.300.000.000 euro annui nel 2021).

Dato anch’esso preoccupante è l’impatto delle Ica sulle strutture di lungodegenza. Seppur i dati di sorveglianza, in questo caso, mostrano delle percentuali più favorevoli, con una presenza di infezioni correlabili all’assistenza di circa il 3.9%, non è possibile escludere che in queste strutture le Ica siano sottostimate. Infatti, i programmi di sorveglianza delle Ica in questo tipo di strutture sono pochi, sparsi a macchia di leopardo, a volte inesistenti. Laddove esistono, possono essere indaginosi e non omogenei tra i vari tipi di strutture. Pertanto al momento attuale è difficile quantificare esattamente la prevalenza delle Ica ed il loro impatto sociale. È possibile che i dati di cui al momento siamo a conoscenza siano solo la punta di un iceberg e che vi sia un sommerso rilevante. 

Esistono ovviamente dei fattori di rischio per Ica nei pazienti ospedalizzati. Il rischio di infezione risulta maggiore nei pazienti con una degenza maggiore di 2 settimane, in soggetti in condizioni cliniche gravi, sottoposti ad interventi chirurgici o a procedure invasive (es. catetere vescicale, accessi venosi centrali). 

Se da una parte le Ica rappresentano di per sé una problematica di notevole impatto socio-sanitario, il problema assume dimensioni ancora più significative se consideriamo le Ica causate da batteri resistenti alle comuni terapie antibiotiche, cosiddetti “multi farmaco resistenti” o semplicemente Mdr dall’inglese multidrug-resistant. L’antibiotico-resistenza (Amr) è infatti la vera sfida del nuovo millennio. È la vera e propria epidemia che lavora silenziosamente. È indice del perenne scontro tra il progresso umano, che ha portato all’importante conquista dell’antibiotico-terapia e allo sviluppo di nuove terapie antibiotiche, e la capacità plastica dei batteri di acquisire meccanismi di resistenza agli antibiotici nuovi e mutevoli. L’Amr rappresenta un fenomeno in crescita ed una delle principali minacce alla salute mondiale. Seppur poco sponsorizzata e poco presente a livello di dibattito pubblico, essa è causa di un eccesso di mortalità annuale, specie nei pazienti a rischio. Solo per dare dei numeri chiarificatori, si stima che entro il 2050 (parliamo quindi di un prossimo futuro) i batteri Mdr possano causare 10 milioni di persone all’anno. L’Italia purtroppo rappresenta uno dei Paesi a più alta incidenza di infezioni da batteri Mdr. In Italia si stimano 10-15.000 infezioni da germi multiresistenti all’anno in ambito ospedaliero. Tuttavia, esistono tre criticità rilevanti che meritano di essere sottolineate. In primis, non esistono studi di sorveglianza a livello nazionale che permettano di valutare l’effettiva prevalenza delle Ica da batteri Mdr. I dati sono spesso sparsi, non aggiornati e non indicativi della reale situazione epidemiologica. In secondo luogo, non esistono dei dati epidemiologici chiari che possano indicarci quale sia l’eccesso di mortalità correlato all’Amr, ovvero quale sia il rischio aggiuntivo di morte che un paziente ha a causa di un’infezione acquisita in ambito ospedaliero da germi Mdr rispetto ad un paziente che sviluppa un’infezione da batteri non resistenti. In terzo luogo, esistono realtà epidemiologiche variegate anche all’interno della stessa nazione; pertanto sarebbe opportuno conoscere l’epidemiologia locale di ogni territorio sanitario al fine di mettere in atto strategie efficaci di controllo delle infezioni e programmi di buon utilizzo degli antibiotici individualizzate per singola realtà. 

Ma allora quali sono gli ostacoli da superare e come possiamo mettere in atto un piano per combattere le Ica da batteri Mdr? Lo sviluppo di una rete nazionale di sorveglianza Ica consentirebbe di avere delle informazioni utili e utilizzabili al fine di controllare la diffusione dei cosiddetti superbatteri, differenziando le strategie di contenimento delle infezioni in base alle diverse realtà epidemiologiche regionali e sanitarie. Esiste un movimento della comunità scientifica in tal senso. La Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) ha lanciato il gruppo Resistimit, un progetto che coinvolge esperti nazionali del problema delle Ica volto a creare un registro nazionale, dinamico e in continuo aggiornamento che permetta di monitorare la diffusione dell’antibiotico-resistenza e le caratteristiche microbiologiche e cliniche di questo fenomeno. Garantire una conoscenza e portare la problematica dell’Amr sui tavoli di dibattito pubblico, nonché su quelli istituzionali, è un passo cruciale per affrontare il complesso fenomeno dell’Amr. Una corretta informazione, un’adeguata sensibilizzazione e una più avanzata formazione del personale sanitario e non sanitario consentirebbero infatti che ci fosse una maggiore consapevolezza del problema. La formazione del personale sanitario, ma anche del paziente e dei familiari, permetterebbe di ridurre la diffusione intra ed extra-ospedaliera di patogeni multiresistenti, ad esempio attraverso una migliore gestione di tutti quei dispositivi che costituiscono fattori di rischio allo sviluppo di Ica, anche in ambiente domestico o di lungodegenza non-ospedaliera. Inoltre, il potenziamento delle misure generali di prevenzione, incluso il lavaggio delle mani, il cambio dei guanti, le procedure di sterilizzazione e disinfezione avrebbe senza dubbio un effetto benefico in termini di riduzione della diffusione dei patogeni multi resistenti. Non da ultimo, un tassello importante nella lotta all’Amr è rappresentato dal corretto utilizzo della terapia antibiotica. In Italia circa il 30% degli antibiotici viene utilizzato in modo ingiustificato, favorendo la selezione di ulteriori forme di resistenza. L’erronea prescrizione in corso di infezioni virali, e, ancor più grave, l’autoprescrizione sono pratiche che favoriscono l’insorgenza di batteri Mdr. 

*Clinica delle Malattie Infettive, Azienda Ospedaliera Pisana, Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università di Pisa; Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali, SIMIT

(Panorama della Sanità 4-2023)

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