In una cultura che rimuove la morte e celebra la prestazione, le cure palliative ricordano il valore della relazione, della vicinanza e della ricerca di senso nel tempo che resta
di Carmine Di Martino*
Le cure palliative sono oggi un ramo dell’assistenza sanitaria in significativo sviluppo e rappresentano una specifica provocazione clinica, umana e culturale. Mentre il progresso tecno-scientifico allunga l’aspettativa di vita nelle zone più ricche del pianeta, le cure palliative ci ricordano che i nostri tentativi hanno sempre un limite, che il nostro percorso ha comunque una fine: esse fanno segno, cioè, all’inesorabile venuta della morte, La Straniera, come la chiamava T. S. Eliot nei Cori da “La rocca” (1934). Parlare di questa branca della medicina ci mette perciò addosso anche una certa inquietudine. La nostra cultura tecno-liberista è meticolosamente tanatofobica: rimozione e occultamento della morte, come di ogni limite, la strutturano dall’interno.
Abbiamo perso la familiarità che un tempo – si dice – avevamo con la morte e il morire. Oggi si muore per lo più in strutture (ospedaliere o di altro genere) diverse dalle mura di casa e dagli ambiti familiari, la morte è il più possibile esiliata. Sia chiaro, l’alternativa a una prospettiva tanatofobica non consiste nel “pensare” più spesso alla morte, ma nel reintegrare la morte nella concezione della vita. È questo ciò che oggi ci risulta particolarmente difficile, perché i nostri stessi avanzamenti tecno-scientifici alimentano in noi un senso di auto-possesso, un’illusione di proprietà e di sovranità sulle nostre esistenze.
Le cure palliative rappresentano in questo senso una contestazione del nostro modo – per lo più inconsapevole – di concepire la vita e la morte. Rapportandosi alla malattia “in-curabile”, nel momento in cui non c’è più nulla da fare, esse ci rammentano l’“im-proprietà” o la “non-proprietà” della nostra stessa vita: su di essa non abbiamo che una relativa sovranità, un assai modesto controllo. Ed è un pensiero in contrasto con l’immagine di potenza che coltiviamo.
Se badiamo alle parole che usiamo, ci accorgiamo che oggi la malattia si trova inscritta in una cornice bellica e prestazionale: occorre “avere ragione” di essa, “combatterla” e “sconfiggerla”. Il malato è diventato un soggetto di prestazione, che ce la deve fare, perché la malattia è un’offesa alla sua potenza. Quando qualcuno muore, si dice: “Non ce l’ha fatta”, “Ha perso la battaglia”. Siamo nella dialettica del successo e dell’insuccesso. E la morte è in quest’ottica il massimo dell’insuccesso. Bisogna dunque spingere – questo il comando conseguente – perché si realizzi il sogno dell’essere umano: dare la morte alla morte.
Per vocazione e nei fatti, le cure palliative si collocano agli antipodi di questa prospettiva tanatofobica e prestazionale, sono il luogo istituzionalizzato del fallimento: si presentano come cure che non curano, che non hanno più il senso del guarire. Eppure, nello stesso momento in cui mettono in scena questa loro specifica impotenza, fanno apparire il significato originario della cura e del curare.
Prima che tradursi nel guarire (la malattia), la cura è infatti il cuore, o la linfa, della vita umana: è ciò che rende possibile l’esistenza di ciascuno di noi, ne costituisce la culla. Vale per tutti gli esseri umani: senza cura – ossia senza lo sguardo, l’attenzione, l’accoglienza, la considerazione, l’amore di altri – nessun nuovo nato avrebbe potuto continuare il suo cammino umano. Venendo al mondo, siamo dunque gettati nella cura degli altri, che sono la nostra indispensabile e originaria dimora.
Le cure palliative, allora, in quanto realizzano non la guarigione, ma la condivisione e la vicinanza nell’esperienza della malattia incurabile, portano a galla il senso profondo della cura e, insieme a ciò, mostrano la nostra costitutiva dipendenza, il cum – la relazione con gli altri – al cuore dell’essere. Non c’è alcun (supposto) individuo, autonomamente esistente, che “in più” ha delle relazioni: la relazione (in tanti sensi) sta all’inizio di ogni vita umana e ne rende possibile tutto lo sviluppo.
La nostra autobiografia, quindi, è sempre scritta a più mani, nell’orizzonte di legami e di affetti che annodano la nostra vita al senso: una vita perfettamente autonoma sarebbe anche perfettamente insensata e ancor prima impossibile. La mia vita vale, ha senso, innanzitutto perché è rilevante per un altro, al cospetto dell’altro, per la chiamata, l’elezione, lo sguardo, l’amore dell’altro: sottolineo questo aspetto perché esso ha un grande rilievo tanto nell’esperienza della malattia, dell’avvicinarsi della morte, quanto nel modo di decidere della nostra fine, di modulare il nostro desiderio e di concepire “il tempo che resta”.
Lo sappiamo: ciò che rende massimamente corrosiva e insensata la sofferenza è proprio la solitudine. La fuoriuscita dalla sfera dell’interesse e della cura degli altri è mortifera per l’essere umano: lo si capisce subito se si guarda all’infante, ma lo stesso vale per gli adulti e supremamente nel momento della malattia incurabile. Nella solitudine, nell’isolamento, nell’abbandono si amplifica il dolore, si aggrava la sofferenza, si intensifica il carattere distruttivo della malattia.
Nel pensiero fondativo e nell’opera di Cicely Saunders, gli Hospice non dovevano essere luoghi di mera gestione della morte e dei morenti, ma luoghi di cura e di affermazione della vita fino all’ultimo istante. Vanno esattamente in questa direzione sia la terapia del dolore (novità clinica delle cure palliative), finalizzata a tenere il più aperto possibile lo spazio per esperire relazioni significative, sia l’offerta da parte degli operatori non solo di prestazioni, ma anche di una presenza tesa ad accompagnare inquietudini e interrogativi legati al mistero della vita e della morte.
Le persone che vedono la morte rapidamente avvicinarsi avvertono, con aumentata intensità, le stesse esigenze di tutti coloro che affrontano quotidianamente la vita in piena salute fisica: l’esigenza di essere amati e di amare, l’esigenza di compimento, l’esigenza di un significato, di una prospettiva di senso, che non si riduca alla progettualità (divenuta in questo caso impossibile; non si può più dire: «farò, dirò, diventerò…») e ai successi.
In quanto prendono sul serio l’esistenza umana in tutte le sue dimensioni, indirettamente smascherando l’ideologia dell’autonomia, della prestazione e della sovranità, gli Hospice, le cure palliative e soprattutto le persone che le prestano possono diventare – e in qualche modo di fatto sono – un avamposto della riscoperta della vita e delle sue leggi fondamentali.
Le cure palliative e i loro operatori rappresentano, quindi, oltre che un presidio clinicamente importante, anche un significativo fattore di umanizzazione, testimonianza e cultura: decostruiscono i miti legati all’illusione prometeica che ci caratterizza e al tempo stesso offrono un segno della verità dell’umano, concorrendo alla costruzione di un ambito in cui la vita sia onorata, riconosciuta nel suo mistero, e la ricerca del senso non venga bandita, temuta o drogata, ma perseguita insieme come compito e cifra dell’essere umano.
*Ordinario di Filosofia Morale presso il Dipartimento di Filosofia “Piero Martinetti” dell’Università degli Studi di Milano




























