Le questioni sul tavolo

Feb 1, 2024 | Le nostre interviste

Organizzazione del sistema, personale, formazione e medicina difensiva. Il presidente Siaarti, Antonino Giarratano, ci parla del presente e del futuro del Ssn

Grandi i temi che interessano la sanità, e con essa i suoi professionisti. Quali le principali questioni che attendono risposta in questo 2024?
I grossi temi sono quelli noti, già presi in esame dal tavolo ministeriale, di cui tutti quanti aspettiamo gli esiti. Tra questi, le questioni prioritarie, a mio modo di vedere, sono tre e si legano a problematiche in ordine alla piena integrazione del sistema sanitario (sia territoriale che ospedaliero), all’organizzazione del personale che vi opera e alla risoluzione del tema medicina difensiva. Ciascuno di questi temi include poi delle sfaccettature intermedie, complesse, che non potremo esimerci dall’affrontare.

Iniziamo dalla prima. Organizzazione. Perché è importante riconsiderarla?
La questione ha molte declinazioni, ma partirei dal sottolineare che le nostre aree di emergenza, dai pronto soccorso alle aree intensive, sono oggi in grande sofferenza. Questo è un fenomeno in parte “fisiologico” perché, come ogni anno, tra dicembre e marzo abbiamo le aree di emergenza sovraccaricate dalla recrudescenza delle epidemie influenzali. Quest’anno poi, contrariamente a quanto è accaduto per il Covid per il quale siamo tutti (o quasi) vaccinati o ne siamo venuti di recente in contatto, registriamo una bassissima fascia di popolazione vaccinata per l’influenza H1N1: ciò si traduce in una vulnerabilità più estesa anche ai soggetti più giovani ed un conseguente sovraffollamento a carico delle aree di emergenza. Quello cui assistiamo è un effetto ‘somma’, come lo abbiamo definito in passato, che si verifica quando a questo carico di casi più gravi, accresciuto da Covid e influenza stagionale, si somma, appunto, la mole di ricoveri di pazienti che la medicina territoriale, ancora organizzata a macchia di leopardo e in modo non uniforme nelle regioni, non filtra, demandando all’ospedale anche trattamenti sanitari che non necessitano di ricovero. Questo mette pesantemente sotto pressione le strutture e il personale che vi opera. Si capisce bene che sotto questo profilo la situazione non è più sostenibile e l’effetto secondario e drammatico è che l’ospedale non riesce a curare secondo priorità i casi più gravi e che, a prescindere dalla retribuzione non proporzionata al livello di stress e di impegno, si registra la nota fuga dei medici dal pronto soccorso e dalle aree critiche fin dalla iscrizione alle scuole di specializzazione che restano deserte in queste discipline.

Qui mi fermo per una domanda. Questione di numeri? Voglio dire, i posti letto in area emergenza non sono sufficienti?
Le rispondo ricordando a me stesso, e a tutti, il progetto del Dl 34, ossia quel disegno di legge che durante il covid prevedeva l’aumento del numero dei posti letto di terapia intensiva. In quel progetto i posti che dovevano essere attivati in ambito nazionale dovevano essere 3.500, ma sono stati ridotti di oltre il 20 % a poco più di 2.500 , per effetto di una revisione del piano di finanziamento del PNRR e devo dire che le Regioni anche, finita la fase emergenziale, si sono adeguate nel rallentare la costituzione e la formazione dei nuovi posti di terapia intensiva sia per la mancanza di finanziamento sia per il complesso impegno progettuale ed organizzativo che sarebbe necessario per farlo.
Ecco perché sicuramente una riorganizzazione ed una integrazione della medicina territoriale e della medicina ospedaliera non sono più procrastinabili. E qui tengo a sottolineare quanto questi siano due aspetti distinti di un problema che però non può essere affrontato separatamente e deve essere affrontato “centralmente” dal Ministero della Salute.

Secondo punto: il personale.
Noi abbiamo certamente un problema legato al personale medico e qui si discute molto sul fatto che vi sia un sottofinanziamento dal punto di vista stipendiale, ma io vi leggo anche un problema di ordine organizzativo. Molte realtà vivono infatti dei sottorganici che rendono il lavoro ordinario dei professionisti faticoso, stressante, e che di fatto spingono il personale medico a lasciare il pubblico per il privato. Noi abbiamo realtà, in tante regioni italiane, dove non solo gli anestesisti -rianimatori, ma anche altre figure come i chirurghi d’urgenza e gli ortopedici sono carenti e molto richieste, e lasciano le strutture pubbliche dove il lavoro è particolarmente usurante, per riversarsi in strutture private dove si lavora meglio, in condizioni non usuranti e pagati di più. Occorre prendere atto di ciò e correre ai ripari: il rapporto tra pubblico, che è obbligato a garantire l’Emergenza, e il privato, che molto spesso non lo è, si riflette anche qui in una fuga di professionalità dal sistema sanitario pubblico.
Per quanto riguarda gli stipendi è una questione di contabilità. La discussione pubblica punta il dito sui “gettoni”, e qualcuno sta proponendo la “libera professione”, ma resta il fatto che un medico dipendente percepirà in tutti e due i casi uno stipendio mensile che un soggetto gettonista o libero professionista percepirà nella metà dello stesso monte orario. Capite bene che non il confronto non è sostenibile e infatti la fuga sembra inarrestabile. Quindi va creato un sistema che garantisca una retribuzione che sia, se non pari al resto d’Europa, per lo meno competitiva. E anche qui, alcuni tentativi sono stati fatti con il famoso decreto che riguardava i cento euro ora per le sole aree di pronto soccorso, ma non basta.

Torniamo però ad una quesitone di soldi? Ne servono di più?
Noi siamo convinti che non basti affrontare la quesitone guardando solo al finanziamento. Se non si opera quella riforma organizzativa del sistema territoriale del sistema ospedaliero di cui accennavo prima, temo che il solo finanziamento, cioè aumentare il fondo sanitario, non serva a nulla. Deve essere chiaro a tutti, ai cittadini e alla politica, che se non si riforma il sistema sanitario non basteranno mille euro l’ora a trattenere nelle aree di emergenza e critiche il personale medico e infermieristico.

Il terzo tema che lei cita riguarda la medicina difensiva. Se ne parla molto in questi giorni.
È molto importante. Su questo noi anestesisti- rianimatori (così come molti altri specialisti in discipline “sovraesposte”) abbiamo contribuito ai tavoli tecnici del ministero, in questo caso quello della Giustizia. Occorre superare il concetto di ‘colpa grave’ (e conseguente processo penale) per i medici che operano sempre in buona fede, e in coscienza, per salvare vite umane, ma che incorrono in un presunto errore medico. Oggi il decesso di un paziente che muore in una terapia intensiva, in una sala operatoria, viene spesso denunciato senza un reale fondamento (anche per effetto del proliferare di pericolosi patrocini legali gratuiti che vengono offerti e pubblicizzati ai parenti ragionevolmente in lutto) e benché poi queste cause finiscano nella maggior parte dei casi archiviate semplicemente perché il fatto appunto non sussiste, resta la pericolosa interpretazione del fatto che equipara l’errore medico ad un omicidio vero e proprio, alla stregua cioè di chi imbraccia un fucile e spara. Anche qui è chiaro che se non cambiamo le cose questo determinerà ancora una volta la fuga da tutte quelle discipline, come anestesia e rianimazione e come medicina d’urgenza, chirurgia d’urgenza, ostetricia e ginecologia, che oltre ad essere tra le più usuranti sono anche più esposte al rischio di denunce penali. Noi abbiamo chiesto che nell’ambito del processo penale si possa intervenire penalmente solo dietro denunzia-querela del soggetto che pensa di essere leso o del suo parente più prossimo, e che questa denunzia sia suffragata e supportata da una consulenza tecnica di parte che ne documenti realmente la gravità.  Solo così le cause temerarie possono aver fine consentendo al medico denunciato astrattamente e falsamente di potersi rivalere contro chi, senza fondamento, lo ha fatto.

Quale l’obiettivo che una importante società scientifica come Siaarti si pone per il prossimo futuro?
Il nostro primo obiettivo è quello di proseguire nella nostra mission: fare formazione e contribuire alla definizione di buone pratiche, linee guida e direttive. Noi abbiamo nel nostro Dna, l’obiettivo di essere un riferimento culturale e professionale, e non è un caso che abbiamo realizzato uno dei più grandi centri di simulazione e di formazione che esista in Italia dove provider è una società scientifica. Proseguire su questa strada è certamente il nostro obiettivo. Poi auspichiamo di essere sempre più coinvolti nei processi di miglioramento del sistema. Penso ad esempio, oltre alla citata riforma del sistema ospedaliero e territoriale, alla riforma del sistema emergenza territoriale 118 che in questo momento svolge una funzione non sempre correlata alla emergenza urgenza e in maniera diversa da regione a regione. Vorremmo insomma che la nostra funzione possa dare un maggiore contributo tecnico e possa essere anche riconosciuta in maniera più adeguata sia dai cittadini che dalla politica, per la realizzazione di progetti di riforma o di riorganizzazione. Coinvolgeteci, possiamo e vogliamo offrire il nostro contributo, libero come società Scientifica da interessi di parte, alla produzione di normative e modelli organizzativi, il cui fine ultimo sia quello di tutelare e migliorare la qualità di vita e il bisogno di salute che hanno i cittadini.

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