Necessario riconoscere le sub-specialità pediatriche

Mag 23, 2024 | Le nostre interviste

Carenza di specialisti, aumento delle malattie croniche nei bambini, diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure, denatalità: con Annamaria Staiano, presidente della Società Italiana di Pediatria facciamo il punto sulla professione del pediatra che oggi incontra non poche difficoltà

Professoressa iniziamo dal prestigioso riconoscimento avvenuto nei giorni scorsi ovvero dalla sua nomina come Presidente della Società Europea di Gastroenterologia, Epatologia e Nutrizione Pediatrica (Espghan). Quale il primo obiettivo che si è posta?

Sono profondamente grata e onorata per questa prestigiosa nomina, che rappresenta un importante riconoscimento non solo per la Pediatria e la Gastroenterologia italiana, ma anche per la scuola napoletana. Nel corso della mia carriera la ricerca scientifica ha sempre rivestito un ruolo centrale, ed è per questo che uno degli obiettivi principali è senza dubbio quello di promuovere una ricerca, clinica e di base, sempre più innovativa nel campo della gastroenterologia pediatrica. In particolare, intendo dare priorità a progetti che possano fornire nuove soluzioni terapeutiche e migliorare la qualità della vita dei piccoli pazienti. La collaborazione internazionale sarà fondamentale per raggiungere questi obiettivi, favorendo lo scambio di conoscenze e pratiche tra i migliori esperti del settore.

Come si posiziona la scuola napoletana in questo campo di ricerca?

La scuola napoletana ha una tradizione di eccellenza nel campo della gastroenterologia e nutrizione pediatrica, testimoniata dal fatto che è l’unica in tutta Europa ad aver espresso ben tre Presidenti dell’Espghan, inclusi i miei illustri predecessori, i professori Salvatore Auricchio e Riccardo Troncone. Questa tradizione di eccellenza è il risultato di un impegno costante nella ricerca e nella formazione di qualità.  Il Dipartimento di Scienze Mediche Traslazionali dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”, che dirigo, è stato riconosciuto come primo Dipartimento di Eccellenza in Italia nell’area delle Scienze Mediche per il quinquennio 2023-2027. Questo riconoscimento sottolinea la rilevanza e l’impatto delle nostre ricerche nel panorama scientifico internazionale.

Quali le criticità maggiori che oggi incontra la professione del pediatra? È di questi giorni l’allarme lanciato da un’analisi della Fondazione Gimbe sulla carenza dei pediatri nel nostro Ssn. Quali le possibili soluzioni per colmare le lacune dell’assistenza pediatrica territoriale?

La professione del pediatra oggi affronta numerose criticità. Una delle principali è l’aumento delle malattie croniche nei bambini, che richiedono un approccio multidisciplinare e una gestione a lungo termine. Si parla di una vera e propria “epidemia” di malattie croniche, quali asma, diabete di tipo 1, disturbi neurocognitivi etc. Per rispondere meglio ai bisogni di salute di bambini e adolescenti con patologie complesse la Sip da tempo chiede di riconoscere le sub-specialità pediatriche, (come quella del pediatra gastroenterologo, pneumologo etc), come avviene in altri Paesi europei.

Inoltre, la professione del pediatra è messa a dura prova dalla carenza di specialisti, e qui vengo anche alla sua domanda successiva in quanto il tema della carenza dei pediatri va visto nella sua globalità e non solo in termini di assistenza territoriale. L’aumento dell’età media dei pediatri e il numero crescente di pensionamenti stanno creando vuoti significativi, che vengono spesso colmati con il ricorso a “medici gettonisti”, sollevando preoccupazioni sulla continuità e qualità delle cure. Questa situazione è aggravata dalla “fuga” degli specialisti dagli ospedali verso l’attività privata o il territorio, compromettendo la sopravvivenza di molte strutture ospedaliere di Pediatria. In questo contesto molti bambini rischiano di finire in carico ai medici dell’adulto e in reparti per adulti, le terapie intensive rappresentano l’esempio più significativo di questa tendenza. Un ulteriore problema è rappresentato dalle diseguaglianze territoriali nell’accesso alle cure. I bambini che vivono nel Mezzogiorno, ad esempio, hanno un rischio molto più elevato rispetto ai loro coetanei del Centro-Nord di dover migrare in altre regioni per ricevere cure adeguate, con inevitabili conseguenze sul benessere delle famiglie.

Per affrontare queste sfide, è fondamentale difendere la specificità pediatrica, garantendo fino ai 18 anni il diritto all’assistenza pediatrica, come avviene in altri Paesi europei, e promuovere una maggiore integrazione tra ospedale e territorio per assicurare continuità assistenziale. La pandemia da Covid-19 ha messo in evidenza e aggravato queste criticità, ma ha anche mostrato le potenzialità dell’innovazione tecnologica e della telemedicina, strumenti che dovranno accompagnare il percorso di modernizzazione della Pediatria. Investire sulla salute dei bambini, in particolare nei primi mille giorni di vita, è non solo un obbligo morale ma anche un investimento economico saggio per il futuro del Paese.

Fenomeno preoccupante che continua a registrare un costante peggioramento nel nostro Paese è quello della denatalità. Cosa serve principalmente per poter invertire la tendenza?

Non esiste purtroppo una ricetta magica perché le cause del declino demografico nel nostro Paese sono molte: la mancanza di politiche di conciliazione famiglia lavoro, il ridotto tasso di occupazione delle donne, la precarietà lavorativa, la scarsa disponibilità dei servizi per i bambini con meno di tre anni, il rinvio nell’assunzione di responsabilità familiari come la convivenza, il matrimonio e la genitorialità. Molti di questi fattori sono tra loro strettamente collegati e impattano sul calo della natalità. I Paesi europei che hanno investito sulle politiche di conciliazione sono riusciti a invertire questa tendenza. Anche l’Italia negli ultimi anni si sta muovendo in questa direzione, ma sono piccoli passi a fronte di un problema enorme. Quello che servirebbe è mettere la denatalità al primo posto nell’agenda di ogni governo, con investimenti da piano Marshall.

 

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