Particelle ultrafini: rischio per il cuore anche se l’aria è a norma

Ago 14, 2026 | Studi e Ricerca

Secondo uno studio internazionale coordinato dal Cnr-Isac, le particelle ultrafini potrebbero giocare un ruolo chiave nello sviluppo di malattie cardiovascolari anche laddove i limiti normativi sono rispettati. Lo studio è pubblicato sulla rivista dell’American Geophysical Union

Le particelle ultrafini o Ultrafine Particles (UFP), cioè con diametro inferiore a 100 nanometri, potrebbero giocare un ruolo chiave nello sviluppo di malattie cardiovascolari anche nei Paesi in cui i limiti normativi per questo tipo di emissioni sono rispettati. È quanto emerge da uno studio coordinato da Francesca Costabile dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Isac), pubblicato sulla rivista GeoHealth dell’American Geophysical Union (AGU) e svolto in collaborazione con ricercatori del Max Planck Institute for Chemistry, dell’Università di Exeter, del Cyprus Institute e del German Center for Cardiovascular Research.
I ricercatori hanno analizzato l’esposizione a lungo termine a questi inquinanti atmosferici tra il 2010 e il 2019, confrontata con indicatori quali anni di vita persi (mortalità cardiovascolare) e anni vissuti con disabilità a causa di malattie cardiovascolari, utilizzando un nuovo database globale delle concentrazioni di UFP e dell’esposizione della popolazione e dati del Global Burden of Diseases (GBD) relativi alle malattie cardiovascolari. L’indagine ha evidenziato coerenze tra livelli più elevati di esposizione al particolato fine e un maggiore sviluppo di malattie cardiovascolari, “rafforzando l’ipotesi che l’esposizione a tali particelle possa contribuire allo sviluppo di malattie cardiovascolari indipendentemente dalla esposizione a concentrazioni di particolato fine PM2.5. In particolare, le particelle ultrasottili potrebbero avere un ruolo indipendente rispetto al particolato e un impatto più significativo sugli anni vissuti con disabilità, rispetto agli anni di vita persa”, spiega Costabile.
Nei paesi e nel periodo analizzati, l’esposizione alle particelle ultrafini è diminuita, probabilmente grazie a miglioramenti tecnologici e misure di controllo delle emissioni, e si osserva anche una riduzione della mortalità cardiovascolare, con un trend coerente registrato in molti paesi industrializzati. “L’analisi è concentrata in Paesi ad alto reddito (High Income Countries, HICs), come scelta metodologica per studiare il possibile rapporto tra esposizione e malattie riducendo i fattori di confondimento”, prosegue la ricercatrice Cnr-Isac: “In pratica, l’influenza delle differenze tra i sistemi sanitari, le condizioni socioeconomiche o la qualità dei dati. Mentre gli effetti sanitari del PM2.5 sono ben documentati, infatti, le conoscenze sugli effetti delle particelle ultrafini sono limitate anche dalla scarsità di dati omogenei e di lungo periodo”.
La ricerca si inserisce nel contesto delle più recenti indicazioni europee e internazionali sulla crescente importanza della misura delle UFP: Direttiva quadro sulla qualità dell’aria ambiente, EC/2024/2881. Gli autori confermano che questi inquinanti meritino una specifica attenzione nelle strategie di qualità dell’aria e prevenzione sanitaria. “Le particelle ultrafini sono potenzialmente in grado di penetrare nel nostro corpo e raggiungere il sistema circolatorio e altri organi. I risultati suggeriscono la necessità di approfondire il loro reale impatto sullo sviluppo di malattie cardiovascolari e di rafforzarne il monitoraggio, anche dove gli attuali limiti di legge sul PM2.5 sono rispettati”, conclude Costabile.

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