Più prevenzione in tutte le direzioni

Dic 22, 2023 | Le nostre interviste

Incontriamo un Francesco Perrone, che assume quest’anno la presidenza  dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), determinato e pragmatico. Con lui in questa lunga chiacchierata discutiamo di formazione, prevenzione e di un sistema sanitario perfettibile, sì, ma di cui dovremmo andare davvero molto fieri.

Neo eletto presidente Aiom. Quali i suoi primi obiettivi?

Il sistema elettivo di AIOM fa sì che chi diventa presidente in realtà viene da due anni in cui ha condiviso con il precedente direttivo tutta l’attività associativa e questo meccanismo favorisce la continuità. Io credo che questo sia un sistema virtuoso in quanto, come spesso mi piace sottolineare, credo che in una società scientifica la continuità sia un tema determinante. Ovviamente questo non toglie che si possa operare una valutazione critica del percorso cercando di puntare maggiormente sulle cose che hanno funzionato e che vengono meglio incontro ai bisogni dei soci e della società scientifica. Un grande valore espresso nel corso di questi ultimi due anni a mio modo di vedere riguarda le attività che abbiamo approntato di tipo formativo soprattutto sulla metodologia e sulla sperimentazione clinica che sono state accolte, tutte, in maniera molto positiva, in particolare dalla componente dei soci più giovani. Ci tengo anche a ricordare che i soci giovani sono una grande ricchezza, ma soprattutto sono ormai divenuti anche una caratteristica distintiva di questa società scientifica. Dobbiamo quindi continuare a fare formazione. Abbiamo poi avuto alcuni eventi che sono andati molto bene. Abbiamo realizzato il primo corso di metodologia congiunto con ASCO, la società americana di oncologia clinica, che è stato un grande successo. Lo rifaremo. Siamo molto orgogliosi poi del percorso scientifico riguardo alle problematiche del cancro nella comunità transgender. Abbiamo rivolto particolare attenzione a questo particolare gruppo di persone, quello di chi è in transizione o che decide di fare una transizione da un sesso all’altro, che hanno bisogni molto particolari, con rischi molto particolari, specifici, e anche se vogliamo maggiori rispetto alla popolazione generale. Si tratta di un campo nel quale noi tutti oncologi italiani abbiamo ancora bisogno di formazione perché siamo un po’ ritardo rispetto ad altri paesi. Penso ad esempio agli Stati Uniti dove si è operato su questo un percorso molto importante tanto sul piano del valore etico e sociale quanto sulla la produzione scientifica. La nostra associazione è la prima ad aver pubblicato dei lavori importanti su questo tema e andremo avanti con molta attenzione anche su ciò che riguarda più in generale l’equità di accesso alle cure. Può sembrare incredibile avere di questi problemi in Italia, ma in realtà purtroppo ce ne sono. Dobbiamo continuare a tenere gli occhi aperti per garantire che il Servizio sanitario nazionale continui a rappresentare la grande ricchezza che oggi rappresenta.

Soprattutto con riguardo all’oncologia.

Assolutamente sì. Abbiamo presentato di recente i numeri del cancro in Italia dove si evidenzia con chiarezza che grazie al nostro servizio sanitario nazionale possiamo davvero parlare di morti evitate.  Allo stesso tempo, nel corso degli ultimi mesi dagli Stati Uniti giungono dati, pubblicazioni, che parlano dei cosiddetti ‘missing Americans’, cioè gli americani morti in un numero superiore a quello che ci si sarebbe atteso negli Stati Uniti se l’andamento della mortalità fosse andato secondo quello che accade negli altri paesi. Qui è il punto. Gli Stati Uniti non hanno un servizio sanitario nazionale pubblico, sono basati su un sistema privatistico di assicurazioni. Noi siamo invece fortemente convinti che l’oncologia debba essere realmente fruibile da tutti quelli che si ammalano di cancro e che le cure oncologiche per essere veramente fruibili da tutti quelli che si ammalano di cancro abbiano bisogno di una organizzazione come è quella che abbiamo del nostro servizio sanitario. Naturalmente non voglio banalizzare: non tutto è perfetto, ma non dobbiamo assolutamente perdere il valore del servizio sanitario nazionale che oggi abbiamo.

Lei ha toccato un punto cruciale. Tutti vogliamo una sanità che sia uguale e alla portata di tutti, ma troppo spesso le terapie innovative sono ad appannaggio dei più fortunati (economicamente e per territorio). Quale il suo punto di vista e soprattutto come superare questo gap?

È chiaro che su un tema del genere io ovviamente non mi sottraggo a esprimere punti di vista e posizioni personali, ma non parlo a nome dell’associazione che non ha e non deve assumere in nessun modo una posizione politica. Premesso questo credo che la disparità di qualità e di accessibilità alle cure sia un fenomeno antico in Italia. Non escludo, anche se confesso che non avevo sufficiente attenzione a questi temi, che tra gli elementi positivi posti a monte della proposizione di inizio secolo di modificare il titolo V della Costituzione per introdurre il federalismo anche in sanità potesse esserci anche la riflessione sul fatto che con una maggiore responsabilizzazione dei governi regionali si sarebbe potuto ottenere di più anche in termini di qualità e di accessibilità ai servizi sanitari in tutte le regioni in Italia. La strada però, mi sembra, si è complicata fin dall’inizio, perché se si sceglie questo tipo di percorso, è poi necessario stabilire delle regole comuni che in qualche modo consentano a livello centrale di verificare che si rispettino i principi di ordine generale. E la strada della definizione dei Lea è stata senza dubbio tortuosa e soprattutto a me sembra che nel tempo questi siano passati dall’essere uno strumento di garanzia ad un mero strumento di valutazione in chiave, peraltro, punitiva. In ogni caso non sono divenuti uno sprone al miglioramento delle performance. È noto poi che le regioni che sono state messe in piano di rientro erano quelle che non garantivano sufficienti performance nella griglia dei Lea e paradossalmente per questo in qualche modo finivano per essere messe ancor più in crisi da provvedimenti restrittivi come il blocco delle assunzioni. È stato cioè messo in moto un circolo vizioso invece di un circolo virtuoso e di fronte a questa tipologia di risultati, vent’anni dopo, bisogna riconoscere che le disuguaglianze con il federalismo sono aumentate piuttosto che diminuire. La riflessione che io farei come medico è che se pongo in essere una terapia e questa non funziona e la malattia peggiora anziché migliorare la logica vuole che io cambi terapia. Al momento però, paradossalmente, mi sembra che il dibattito politico parli ancora di autonomia differenziata pensando addirittura ad un potenziamento. E non lo capisco.

Capitolo prevenzione. Tutti dicono quanto sia importante, ma poi purtroppo quella è la prima voce a finire nei ‘tagli’ di spesa. Quale la sua opinione? Potremmo fare di più? Si parla solamente di questioni di finanziamento, oppure proprio di un cambio di passo a livello comunicativo per coinvolgere maggiormente le persone ad aderire alle campagne di streaming o di screening o agli stili di vita che possono in qualche modo avere un impatto poi sulla qualità della vita?

Tutti gli spunti che lei ha citato nella domanda sono giustissimi. Per fare la prevenzione ci vuole personale, ci vogliono infrastrutture e su questo c’è carenza in tutte le regioni d’Italia anche quelle che hanno una performance migliore, e quelle che sono in piano di rientro fanno ancora più fatica, naturalmente. È poi vero che la prevenzione è un fenomeno che vive di comunicazione. Va ricordato che la prevenzione riguarda i cittadini sani, non i malati, e quindi richiede che i messaggi arrivino nelle case di persone che stanno bene, alle quali concettualmente si deve prospettare l’ipotesi che potrebbero essere malati e non lo sanno. E questo è chiaramente un tema sfidante per la comunicazione. In questo senso stiamo molto lavorando per trovare accordi che ci consentano nei prossimi anni di collaborare con l’associazione italiana per la ricerca sul cancro Airc, alla quale riconosciamo una grandissima capacità di comunicazione con i cittadini. Noi siamo coscienti del fatto che si dovrebbe fare più prevenzione in tutte le direzioni, si dovrebbe soprattutto potenziare la rete degli screening. Ne abbiamo tre che sono già nei Lea e che sono quello per il tumore della mammella, per il collo dell’utero e per le neoplasie del colon retto.  Ma per tutti e tre questi screening il dato medio italiano è ampiamente al di sotto di quello che l’Europa ci chiederebbe e all’interno del dato medio italiano abbiamo performance particolarmente basse (e non solo, come la narrazione pubblica vorrebbe, nelle regioni del sud) Questo è un campo nel quale c’è molto da lavorare. Perché noi siamo ancora in moltissime regioni legati anche da vincoli burocratici o legati a sovra interpretazioni o, per meglio dire, cattive interpretazioni delle disposizioni che vengono dalla legge sulla privacy. Si pensi che noi siamo ancora legati a un fantomatico invio di lettere attraverso mezzi postali ed è un po’ come se la lezione imparata durante il covid ci fosse rapidamente scivolata addosso. Altri capitoli importati sono gli stili di vita, la lotta al tabagismo e le cause ambientali perché uno dei motivi per cui le diagnosi di cancro tendono ad aumentare costantemente nel corso degli anni è proprio l’ambiente che non curiamo sufficientemente. Abbiamo molto, ma molto, da lavorare.

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