Professione non più ambita

Lug 10, 2024 | Professioni, Scritti per noi

I grandi Maestri della chirurgia sostenevano, non senza una qualche ragione, che chirurghi si nasce, anche se poi aggiungevano che si può diventarlo. Essere chirurgo oggi. Criticità e aspettative della professione

di Massimo Carlini*

Da sempre per arrivare a essere chirurgo occorrono studi lunghi e difficili, di una complessità molto elevata, incomprensibile ai non addetti ai lavori. La chirurgia è al tempo stesso professione, mestiere, scienza e arte ed è la più bella attività dell’essere umano. Il chirurgo fa un lavoro meraviglioso, ma faticoso, difficile, delicatissimo, in cui ci sono picchi di tensione fisica e pressione psicologica dato che si ha letteralmente in mano la vita del paziente. Fin dagli inizi della sua professione il chirurgo entra in contatto con questo stress e proprio il modo in cui riesce a gestirlo, accanto alla sua preparazione e aggiornamento, determineranno in gran parte il livello che raggiungerà. Il chirurgo deve essere abile manualmente, ma anche preparato scientificamente e sensibile dal punto di vista umano ed empatico e lavora usando la mano, la mente e le emozioni. Nell’ultimo ventennio è diventato anche utilizzatore e gestore di tecnologie molto sofisticate e complicate. In questo senso il futuro sarà ancora più sorprendente, con uno sviluppo tecnologico inimmaginabile, non più a crescita lineare, ma esponenziale e la chirurgia sarà completamente diversa da quella attuale.

Non solo in sala operatoria, ma anche al di fuori di essa i chirurghi sono spesso alle prese con decisioni molto difficili, che prendono non solo considerando la malattia in sé, ma adattando le proprie scelte al singolo paziente, anche sbagliando e copiando da chi di decisioni difficili ne ha prese già molte perché la chirurgia non è scienza esatta, ma dominata dall’individualità e dalla variabilità. Tutto questo i giovani lo imparano solo in parte sui libri: il resto è frutto di passione, dedizione e pazienza vissute accanto a un Maestro, in ambienti tecnologicamente moderni e che si rinnovano spesso.

Tutto ciò oggi viene ignorato o banalizzato e l’immagine e la professione del chirurgo vengono relegate a un livello inaccettabilmente basso da parte di un mondo che non ne riconosce la straordinaria importanza e pone invece sui più alti piedistalli sociali una serie di figure effimere e di scarsa utilità sociale, osannate senza motivo.

Il risultato di questo sovvertimento di valori è negli articoli che da alcuni anni vengono pubblicati in continuazione e che riportano una riduzione critica del numero dei medici e una cronica fuga da alcune specializzazioni, in particolare proprio dalla chirurgia.

La ragione di ciò risiede essenzialmente in due problemi: uno strutturale di mancata programmazione del personale medico specialistico; l’altro di notevole riduzione della “attrattività” della professione di chirurgo.

Per quanto riguarda il primo aspetto i dati relativi ai fabbisogni espressi complessivamente dalla Conferenza Stato Regioni dimostrano che negli ultimi 10 anni c’è stato un importante deficit di contratti di formazione specialistica. Questa carenza non ha risparmiato nessuna disciplina e negli ultimi 5 anni per la sola chirurgia generale il deficit medio è stato di più di 100 contratti/anno, per un saldo negativo totale di circa 4.500 unità sul territorio nazionale.

Accanto a ciò vi è il fatto che pochissimi vogliono fare il chirurgo. La professione più bella del mondo non è più ambita e non viene più “scelta e voluta” dai più che la iniziano. Sono moltissimi infatti coloro che “si trovano a farla”. Le motivazioni sono molteplici.

In primis il contenzioso medico legale. Si stima che più di 6 chirurghi su 10 rischiano nella propria vita un procedimento giudiziario sia penale che civile e le assicurazioni per i giovani specialisti vanno dai 5 ai 6 mila euro l’anno. Alle inaccettabili e spesso surreali aggressioni medico-legali, si sono inoltre aggiunte del tutto di recente anche quelle fisiche, che potrebbero dare il colpo di grazia ai già indecisi orientamenti dei giovani medici.

Poi vi è il blocco del turnover: se ci sono poche possibilità di assunzione per una specializzazione che non facilmente può essere svolta ad alto livello al di fuori delle buone strutture ospedaliere, in pochi saranno disposti ad accettare un percorso che espone al precariato, come quello che ha subito la generazione della seconda metà del secolo scorso.

Poi ci sono la remunerazione e le prospettive di carriera non congrue alle responsabilità, con condizioni di lavoro non appetibili: orari prolungati, ritmi serrati e alto stress in ambienti disorganizzati, poco moderni e tecnologici, portano molti a preferire altre strade, con una migliore qualità della vita. La prospettiva attraente e inseguita agli inizi del 2000, di un impiego all’estero, spesso è stata delusa da ruoli subalterni o poco gratificanti.

Inoltre vi è un problema del tutto recente. Come evidenziato da un recente report della Società Italiana di Chirurgia che ho l’onore di presiedere, nelle scuole di specializzazione in chirurgia generale le donne rappresentano più del 50% del totale. Ciò significa che per le chirurghe, giustamente dedite anche alla gravidanza e alla maternità, i sacrifici diventeranno insostenibili e la fuga dalla disciplina aumenterà.

Infine esiste un problema di formazione: alcuni specializzandi sostengono che eseguire interventi maggiori da primo operatore durante la specializzazione sia una rarità e che gran parte del tempo e delle energie vengono dedicate ad altro piuttosto che alla formazione pratica in sala operatoria, a quella teorica e alla ricerca scientifica. In realtà la presenza attiva in sala operatoria non è così scarsa per quantità e qualità come viene affermato, anche se può e deve essere potenziata. È comunque enormemente migliorata rispetto a quanto avveniva negli anni dal ’70 al ‘90, quando nei cinque anni di corso gli specializzandi in sala operatoria spesso non ci entravano praticamente mai. Quelle generazioni hanno comunque imparato facendo e stando accanto a grandi chirurghi e da quelle generazioni sono comunque usciti chirurghi eccellenti.

Per riconquistare giovani alla professione di chirurgo occorre da un lato recuperarne l’immagine e la tutela sociale e dall’altro migliorare lo standard degli ambiti nei quali esercitare la professione.

Lo stato delle cose è ancora reversibile e se verranno attuate tutte le misure necessarie, si riavranno non solo più chirurghi, ma più chirurghi capaci e competenti. Altrimenti è possibile che tra non molto tempo gli ospedali pubblici si troveranno senza chirurghi, quantomeno quelli bravi e motivati.

*Primario Chirurgo e Direttore Dipartimento di Chirurgia – Ospedale S. Eugenio – Roma; Presidente della Società Italiana di Chirurgia

(Panorama della Sanità 3-2024)

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