Abbiamo chiesto ad Alberto Magni, Responsabile Macro Area Fragilità di Simg, quale futuro aspetta i medici di base. “Serve un passaggio da un modello individuale ad uno sistemico”
Il report Gimbe fotografa una carenza crescente di medici di base. È davvero solo un problema di numeri?
La carenza è reale, ma ridurla a una questione quantitativa sarebbe limitante. È piuttosto il segnale di una trasformazione più ampia: la medicina generale sta attraversando una fase di ridefinizione della propria identità. Non si tratta solo di quanti medici abbiamo, ma di quale modello vogliamo costruire per il futuro.
Questo scenario riguarda solo l’Italia o è un fenomeno più ampio?
È un fenomeno europeo. In molti Paesi si osservano difficoltà nel reclutamento e una perdita di attrattività della professione, insieme a una crescente complessità dei bisogni sanitari. Tuttavia, proprio da questi contesti emergono anche modelli più avanzati: una medicina generale sempre più integrata, organizzata e orientata agli esiti di salute.
Qual è il cambiamento più significativo in atto?
Il passaggio da un modello individuale a uno strutturato e sistemico. Il medico di medicina generale non può più essere pensato come un professionista isolato: deve operare in équipe, in rete con altri professionisti e servizi. In questo quadro, cambia anche il suo ruolo, sempre più centrato sulla presa in carico della complessità e sulla continuità assistenziale.
Quali leve sono necessarie per sostenere questa evoluzione?
Due su tutte: formazione e organizzazione. Serve una formazione più ampia, che includa competenze gestionali, lavoro in team e leadership, oltre alla clinica. Parallelamente, è necessario costruire modelli organizzativi basati sull’integrazione tra professionisti e servizi, superando definitivamente il paradigma del lavoro isolato.
























