Nei Paesi Ocse e Ue oltre una persona su cinque soffre di disturbi mentali. Il prezzo non è solo sanitario: fino all’1,7% di PIL perso ogni anno e 2,5 anni di vita in buona salute in meno. Investire conviene, ma gli interventi restano troppo limitati
La salute mentale emerge come una delle principali sfide strutturali per le economie avanzate. Secondo il rapporto dell’Ocse The Economic Case for Preventing Mental Ill Health, più del 20% della popolazione nei Paesi membri e nell’Ue ha sofferto di un disturbo mentale nel 2023. Un dato già allarmante, che rischia però di sottostimare la realtà a causa di diagnosi mancate e stigma sociale ancora diffuso. Tra le patologie più comuni dominano ansia (circa il 40% dei casi) e depressione (20%), seguite dai disturbi legati all’abuso di sostanze, inclusi quelli da alcol (17%). Colpiti in modo diseguale i diversi gruppi sociali: le donne registrano tassi più elevati di ansia e depressione, mentre gli uomini risultano più esposti alle dipendenze. Ancora più preoccupante è il dato sui giovani: oltre un quarto degli individui tra i 15 e i 24 anni soffre di un disturbo mentale, con effetti che spesso si trascinano nell’età adulta.
L’effetto degli shock globali
Il deterioramento della salute mentale è alimentato da una combinazione di fattori sociali, economici e ambientali. La pandemia di COVID-19 ha lasciato segni profondi, soprattutto tra i più giovani, ma non è l’unico elemento in gioco. Crescente disuguaglianza economica, instabilità geopolitica e cambiamenti climatici stanno contribuendo ad amplificare il fenomeno. Nei Paesi ad alto reddito, livelli più elevati di disuguaglianza sono associati a un aumento del 19% dei problemi di salute mentale. Parallelamente, l’eco-ansia colpisce in modo significativo le nuove generazioni: l’84% dei giovani a livello globale dichiara preoccupazione per il futuro del pianeta. Anche guerre e conflitti recenti hanno incrementato i casi di disturbo post-traumatico e ansia generalizzata, con effetti potenzialmente intergenerazionali.
Un costo umano ed economico enorme
Le conseguenze non si limitano alla sfera individuale. Le simulazioni dell’Ocse stimano che depressione, ansia e abuso di alcol porteranno a una riduzione di 2,5 anni dell’aspettativa di vita in buona salute nell’Ue tra il 2025 e il 2050, equivalenti a circa 28.000 morti premature ogni anno. Il peso economico è altrettanto significativo: i disturbi mentali generano circa 76 miliardi di euro di costi sanitari annui nell’Unione Europea, pari al 6% della spesa sanitaria totale. Ma il vero impatto si misura sul sistema produttivo: la cattiva salute mentale comporta una perdita media annua dell’1,7% del PIL, dovuta a minore partecipazione al lavoro, assenteismo e “presentismo”, ovvero la ridotta produttività di chi lavora pur non essendo in condizioni ottimali.
Politiche diffuse, ma accesso ancora insufficiente
Nonostante una crescente attenzione politica — con 41 Paesi su 43 dotati di strategie nazionali — l’accesso ai servizi resta fortemente diseguale. Nell’Ue, quasi due terzi delle persone che necessitano di cure per la salute mentale non ricevono assistenza adeguata, contro appena il 3,8% di chi segnala difficoltà nell’accesso alle cure mediche generali. Tra le principali barriere: costi a carico dei pazienti, carenza di specialisti, lunghe liste d’attesa e disparità territoriali, soprattutto nelle aree rurali.
Investire conviene (anche economicamente)
Il rapporto evidenzia come esistano già soluzioni efficaci e sostenibili. Interventi basati su evidenze scientifiche — dalla terapia cognitivo-comportamentale ai programmi scolastici, fino agli strumenti digitali — possono migliorare significativamente gli esiti sanitari. Dal punto di vista economico, molti di questi interventi risultano altamente convenienti, con costi inferiori ai 50.000 euro per anno di vita in buona salute guadagnato. In diversi casi, i benefici superano i costi grazie all’aumento della produttività e alla riduzione della spesa sanitaria. Tuttavia, l’impatto complessivo resta limitato: anche gli interventi più efficaci riducono i costi solo del 4% ai livelli attuali di implementazione.
La sfida: passare a un approccio sistemico
Per ottenere risultati significativi, l’Ocse indica la necessità di un cambio di paradigma. Tre le direttrici principali:
- migliorare progettazione e attuazione degli interventi, integrando cure cliniche e campagne di sensibilizzazione;
- ampliare copertura e investimenti: l’accesso universale richiederebbe un aumento del 41% della spesa e più personale specializzato;
- affrontare le cause profonde del disagio, come insicurezza economica, disoccupazione e fragilità dei sistemi di welfare.
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