Il divario di finanziamento con gli altri Paesi europei si accompagna a liste d’attesa, carenza di personale e crescita della spesa privata. Per gli autori, la sostenibilità del Ssn richiede un impegno politico che superi la logica delle singole legislature
di Francesco Sepioni°, Manuel Monti*
Il finanziamento della sanità pubblica non rappresenta esclusivamente una variabile economica, ma costituisce una delle principali determinanti della capacità di un sistema sanitario di garantire il diritto alla salute. La quantità di risorse destinate al Servizio Sanitario Nazionale (SSN), la loro distribuzione e le modalità con cui vengono trasformate in servizi rappresentano infatti decisioni di politica sanitaria che producono conseguenze concrete sull’organizzazione dell’assistenza, sull’accessibilità alle cure, sulle condizioni di lavoro dei professionisti e, nel medio-lungo periodo, sugli esiti di salute della popolazione.
Le più recenti analisi della Fondazione GIMBE confermano una progressiva perdita di capacità di finanziamento relativo del SSN italiano rispetto agli altri Paesi europei dell’area OCSE e rispetto ai Paesi del G7. Nel 2025 la spesa sanitaria pubblica italiana si è attestata al 6,2% del PIL, contro il 7,1% della media OCSE e dei Paesi europei considerati nell’analisi. L’Italia si colloca inoltre al 15° posto tra i 27 Paesi europei dell’area OCSE per spesa sanitaria pubblica pro capite e all’ultimo posto tra i Paesi del G7.
Il dato assume ancora maggiore rilevanza considerando la spesa sanitaria pubblica pro capite a parità di potere d’acquisto: nel 2025 l’Italia registra 3.952 dollari per abitante, contro 4.861 dollari della media OCSE e 4.965 dollari della media dei Paesi europei dell’area OCSE. Nel G7 il confronto è particolarmente significativo: la Germania raggiunge 8.726 dollari per abitante, oltre il doppio del valore italiano.
Questi numeri non possono essere letti semplicemente come una graduatoria economica tra Stati. Essi descrivono, almeno in parte, il differente spazio finanziario disponibile per garantire personale, strutture, diagnostica, prevenzione, assistenza territoriale, innovazione terapeutica e continuità assistenziale.
Dalla percentuale del PIL alla spesa per cittadino
Nel dibattito pubblico il rapporto tra spesa sanitaria e PIL viene frequentemente utilizzato come principale indicatore del finanziamento della sanità. Tuttavia, per comprendere realmente la capacità di un sistema di rispondere ai bisogni di salute è fondamentale considerare anche la spesa pubblica pro capite. Il PIL rappresenta infatti la dimensione complessiva dell’economia di un Paese, mentre la spesa pro capite consente di avvicinarsi maggiormente alla quantità di risorse pubbliche potenzialmente disponibili per ogni cittadino. Nel 2025 il differenziale italiano rispetto alla media europea è superiore a 1.000 dollari pro capite. Tradotto in termini complessivi, secondo GIMBE, il divario della spesa pubblica sanitaria rispetto alla media europea supera i 36 miliardi di euro.
Il dato deve essere interpretato con cautela: differenti sistemi sanitari hanno differenti modelli di finanziamento, organizzazione e distribuzione delle risorse. Tuttavia, quando un Paese presenta contemporaneamente una spesa pubblica pro capite significativamente inferiore, una crescente spesa privata e difficoltà nell’erogazione tempestiva delle prestazioni, il problema non può essere considerato esclusivamente contabile.
Diventa una questione di sostenibilità del modello universalistico.
La dimensione politica della spesa sanitaria
L’analisi della Fondazione GIMBE mostra che il divario italiano non è nato improvvisamente. Il confronto della spesa sanitaria pubblica pro capite evidenzia una progressiva divergenza rispetto agli altri Paesi del G7, particolarmente evidente negli anni successivi al 2008. Nel 2025 l’Italia rimane ultima nel G7, mentre il differenziale con Paesi come la Germania è diventato estremamente ampio.
L’8° Rapporto GIMBE del 2025 aveva già evidenziato la natura strutturale del problema: negli ultimi tre anni erano stati destinati alla sanità 13,1 miliardi di euro in meno rispetto al fabbisogno, mentre la spesa sanitaria direttamente sostenuta dalle famiglie aveva raggiunto 41,3 miliardi di euro. Nello stesso periodo, quasi un cittadino su dieci aveva rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria.
Questi dati suggeriscono che la questione non sia semplicemente quanto il Paese spenda complessivamente per la salute, ma quanto della spesa sanitaria venga sostenuto collettivamente attraverso il sistema pubblico e quanto venga progressivamente trasferito sulle famiglie.
È questa la vera dimensione politica del problema. Finanziare maggiormente il SSN significa decidere di investire in una determinata idea di welfare. Significa stabilire che l’accesso alle cure debba dipendere il meno possibile dalla capacità economica individuale. Al contrario, un progressivo disallineamento tra bisogni di salute e finanziamento pubblico rischia di spostare una quota crescente della risposta sanitaria verso la capacità individuale di acquistare prestazioni sul mercato.
La scelta politica non è soltanto “quanto spendere”, ma dove investire
Ogni incremento o riduzione delle risorse determina necessariamente delle priorità. Aumentare il finanziamento sanitario significa poter intervenire, ad esempio, sul reclutamento e sulla permanenza dei professionisti, sulla medicina territoriale, sulla prevenzione, sulla diagnostica, sull’assistenza domiciliare, sulla gestione delle cronicità, sulla rete dell’emergenza-urgenza e sull’introduzione delle innovazioni terapeutiche e tecnologiche.
Viceversa, una disponibilità finanziaria insufficiente obbliga le organizzazioni sanitarie a operare attraverso una continua redistribuzione delle risorse, con il rischio di comprimere alcuni settori per sostenere quelli maggiormente sotto pressione. La scelta politica, pertanto, non è soltanto “quanto spendere”, ma soprattutto “dove investire”.
Questo aspetto è particolarmente evidente nel settore dell’emergenza-urgenza. Il sovraffollamento dei Pronto Soccorso, la difficoltà di reperire professionisti, l’allungamento dei tempi di permanenza e la difficoltà di trasferire rapidamente i pazienti nei reparti di degenza non sono fenomeni esclusivamente organizzativi. Sono il risultato dell’interazione tra domanda sanitaria, disponibilità di personale, posti letto, capacità diagnostica, organizzazione territoriale e risorse finanziarie.
Dal bilancio pubblico alla pratica clinica
La relazione tra decisioni economiche e pratica clinica può essere rappresentata attraverso una semplice sequenza: minori risorse disponibili pro capite significa minore capacità organizzativa ossia maggiore pressione su personale e strutture e cio’ comporta un aumento dei tempi di attesa con un conseguente maggiore ricorso al privato e quindi, considerando anche l’attuale situazione economica un concreto rischio di rinuncia alle prestazioni.
Questo processo non è necessariamente lineare e non significa che ogni riduzione della spesa produca automaticamente un peggioramento degli esiti clinici.
Il problema è piuttosto rappresentato dalla riduzione della capacità di adattamento del sistema. Un sistema sanitario sottoposto a crescente domanda assistenziale deve infatti affrontare contemporaneamente l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della prevalenza delle malattie croniche, la maggiore complessità dei pazienti, l’introduzione di tecnologie diagnostiche e terapeutiche sempre più costose e l’incremento delle aspettative dei cittadini.
In questo scenario, mantenere sostanzialmente stabile la spesa pro capite mentre aumentano bisogni e costi assistenziali può tradursi, in termini funzionali, in una riduzione della capacità reale di risposta del sistema.
Il costo sociale della rinuncia alle prestazioni
Uno degli indicatori più significativi della difficoltà di accesso alle cure è rappresentato dalla rinuncia alle prestazioni sanitarie.
Secondo le elaborazioni GIMBE su dati ISTAT, nel 2024 il 9,9% della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico pur avendone bisogno. Il dato era pari al 7,6% nel 2023 e al 7% nel 2022.
È importante utilizzare correttamente il termine: il fenomeno riguarda principalmente visite specialistiche ed esami diagnostici, e non deve essere confuso con la rinuncia alle terapie farmacologiche o ai trattamenti sanitari. Le cause individuate comprendono soprattutto tempi di attesa troppo lunghi, difficoltà economiche e problemi di accessibilità.
Questo dato rappresenta un importante indicatore di equità. Quando un cittadino non può accedere tempestivamente a una prestazione attraverso il SSN e non dispone delle risorse economiche necessarie per ricorrere al settore privato, la conseguenza può essere il rinvio della diagnosi o del trattamento.
Si crea così un possibile paradosso economico e sanitario: il mancato investimento nel breve periodo può produrre maggiori costi nel medio-lungo periodo. Una diagnosi tardiva può infatti determinare complicanze, ricoveri ospedalieri, accessi ripetuti al Pronto Soccorso, maggiore complessità terapeutica e perdita di produttività sociale.
La crescita della spesa privata come segnale di trasformazione del sistema
L’8° Rapporto GIMBE 2025 ha documentato un ulteriore elemento di particolare rilievo: nel 2024 la spesa sanitaria direttamente sostenuta dalle famiglie ha raggiunto 41,3 miliardi di euro. La spesa privata non è di per sé negativa. In un sistema sanitario universalistico possono esistere prestazioni acquistate direttamente dai cittadini che rispondono a preferenze individuali o a bisogni non completamente coperti dal finanziamento pubblico.
Il problema nasce quando la spesa privata diventa una modalità sostitutiva dell’offerta pubblica. Se un cittadino paga privatamente perché desidera una prestazione più rapida, si tratta di una scelta.
Se invece paga perché non può accedere tempestivamente al servizio pubblico, siamo di fronte a una possibile disuguaglianza nell’accesso alle cure. La differenza è sostanziale.
Il vero indicatore politico: la capacità di garantire i LEA
La domanda politica fondamentale, pertanto, non dovrebbe essere semplicemente:
“Quanto spende l’Italia per la sanità?”
La domanda dovrebbe essere: “Le risorse pubbliche disponibili sono sufficienti a garantire in modo uniforme, tempestivo e appropriato i Livelli Essenziali di Assistenza su tutto il territorio nazionale?”
Se la risposta è negativa, il problema finanziario diventa inevitabilmente un problema sanitario e sociale. Liste d’attesa, difficoltà di accesso alla medicina territoriale, carenza di professionisti, sovraffollamento dei Pronto Soccorso, crescita della spesa privata e rinuncia alle prestazioni possono essere interpretati come indicatori di una crescente pressione sul sistema. Il rischio maggiore è che il SSN continui formalmente a essere universalistico, ma diventi progressivamente meno universalistico nella sua concreta capacità di accesso. Il principio costituzionale rimane identico; ciò che può cambiare è la sua effettiva esigibilità.
Risorse e riforme devono procedere insieme
Un aumento del finanziamento, tuttavia, non è sufficiente. La stessa analisi GIMBE sottolinea la necessità di accompagnare le risorse con riforme strutturali e continuità politica. Il problema del SSN italiano non può essere affrontato esclusivamente attraverso una maggiore disponibilità finanziaria senza intervenire contemporaneamente sull’organizzazione.
Occorre agire almeno su cinque direttrici:
- personale sanitario, attraverso assunzioni, formazione, valorizzazione professionale e condizioni di lavoro sostenibili;
- rete ospedaliera, rafforzando appropriatezza, posti letto e percorsi di presa in carico;
- assistenza territoriale, rendendola realmente capace di intercettare i bisogni prima che arrivino all’ospedale;
- riduzione delle liste d’attesa, attraverso un’integrazione reale tra programmazione, personale, diagnostica e capacità produttiva;
- governance nazionale dei LEA, affinché il diritto alla salute non dipenda in modo eccessivo dalla Regione di residenza.
La disponibilità di risorse senza riforme rischia di alimentare inefficienze; le riforme senza adeguate risorse rischiano invece di rimanere dichiarazioni programmatiche.
Servono entrambe.
Una responsabilità politica che attraversa le legislature
Il dato più importante che emerge dalle analisi GIMBE è forse proprio questo: il problema del finanziamento sanitario non può essere ricondotto esclusivamente alla responsabilità di un singolo Governo.
Il progressivo deterioramento del rapporto tra finanziamento pubblico e bisogni di salute è il risultato di decisioni e non-decisioni stratificate nel corso di molti anni.
Per questo motivo la sanità dovrebbe essere sottratta, almeno per gli elementi fondamentali della sua sostenibilità, alla logica della programmazione annuale.
Non può essere ogni anno una trattativa sul numero di miliardi da aggiungere al Fondo Sanitario Nazionale.
Occorrerebbe invece definire un patto pluriennale per la sanità pubblica, condiviso a livello istituzionale e politico, che stabilisca obiettivi progressivi di finanziamento pro capite, personale, prevenzione, assistenza territoriale, riduzione delle liste d’attesa e garanzia dei LEA.
La salute non può essere programmata con un orizzonte annuale.
Conclusioni
Il dato di 3.952 dollari di spesa sanitaria pubblica pro capite nel 2025 è dunque molto più di una cifra economica. È un indicatore della quantità di risorse pubbliche che il Paese destina, mediamente, alla tutela della salute di ciascun cittadino e deve essere interpretato insieme agli altri indicatori di funzionamento del SSN. L’Italia è oggi ultima nel G7 per spesa sanitaria pubblica pro capite e presenta un divario superiore a 1.000 dollari rispetto alla media europea, corrispondente a oltre 36 miliardi di euro.
Parallelamente, l’8° Rapporto GIMBE 2025 ha evidenziato la crescita della spesa sanitaria privata fino a 41,3 miliardi di euro e il fenomeno della rinuncia alle prestazioni sanitarie, che nel 2024 ha coinvolto 5,8 milioni di persone.
La combinazione di questi fenomeni pone una questione che non è più soltanto economica, ma costituzionale, sociale e clinica.
Quanto può essere universalistico un Servizio Sanitario Nazionale se una quota crescente della sua capacità di risposta viene trasferita sulla disponibilità economica dei singoli cittadini?
Questa è la domanda che dovrebbe guidare il dibattito politico. Investire maggiormente nella sanità pubblica non significa semplicemente aumentare la spesa. Significa decidere che prevenzione, diagnosi precoce, emergenza-urgenza, assistenza territoriale, cura delle cronicità, innovazione e assistenza ospedaliera rappresentano priorità collettive.
Significa inoltre riconoscere che il personale sanitario costituisce la principale infrastruttura del SSN: senza medici, infermieri, professionisti sanitari e personale adeguatamente formato, nessuna riforma organizzativa può tradursi pienamente in servizi.
La sfida dei prossimi anni sarà quindi duplice: aumentare progressivamente le risorse destinate alla sanità pubblica e trasformarle in maggiore capacità assistenziale, efficienza, appropriatezza ed equità. L’obiettivo finale deve essere quello di garantire a ogni cittadino la stessa possibilità di accedere a cure tempestive e di qualità, indipendentemente dalla Regione di residenza e dalla propria capacità economica.
In definitiva, il dato economico diventa un dato medico.
Ogni decisione sul finanziamento della sanità è, in ultima analisi, una decisione sulla capacità futura del Paese di produrre salute.
°Medico di emergenza-urgenza della Asl Umbria 1
* Direttore Dipartimento Emergenza Accettazione Usl Umbria 1 Direttore UOC Pronto Soccorso P.O. Gubbio-Gualdo Tadino Vicepresidente Nazionale SIMEDET














