Sanità? Un lavoro di squadra

Dic 5, 2024 | #SOStenereSSN, Le nostre interviste

Assieme a Valeria Fava, responsabile del coordinamento politiche per la salute di Cittadinanzattiva, discutiamo a tutto tondo dei problemi della Sanità di oggi ragionando di come superare la sempre maggiore distanza tra cittadini e Ssn

La campagna sostenere Ssn a cui Cittadinanzattiva ha aderito. Con quale spirito?

Per Cittadinanzattiva questa è anzitutto una campagna etica che riguarda direttamente la salute dei cittadini. Apporre una tassa di scopo sui pacchetti di sigarette sarebbe in primis una misura di prevenzione, un valore che noi consideriamo essenziale, e una potente arma di sensibilizzazione riguardo ai rischi correlati al fumo, sia per quelli legati alle patologie oncologiche, sia per quelle respiratorie o cardiovascolari. Quelle, insomma, per le quali il fumo rappresenta un fattore di rischio acclarato. Inoltre, questa è una battaglia che favorisce direttamente il servizio sanitario nazionale, perché individua delle risorse aggiuntive da allocare alla sanità italiana, messa oggi a dura prova dai tagli e dai problemi che tutti conosciamo come quelli che interessando il personale sanitario o le tristemente note liste d’attesa. Tutte questioni che Cittadinanzattiva affronta da anni, attraverso anche le segnalazioni che riceviamo quotidianamente dai cittadini.

Cittadinanzattiva è infatti da sempre puntuale nel fotografare i bisogni dei cittadini. Parliamo di sanità: quale le principali problematiche che pesano nei pensieri degli italiani?

Proprio per rispondere a questo, da tanti anni, noi presentiamo un rapporto civico che nelle ultime edizioni si è anche arricchito delle tematiche sollevate direttamente dai cittadini mediante segnalazioni dirette. Il problema più rilevante, ad oggi, è senza ombra di dubbio il tema dell’accesso alle prestazioni, inteso sicuramente come liste d’attesa, ma anche più in generale come una concreta difficoltà ad accedere al servizio sanitario nazionale. Si fatica a prenotare prestazioni e financo a contattare un medico. Si tratta di una difficoltà che di fatto rende ostico, e poco sostenibile, il percorso di accesso alla sanità. E questo porta ad un generale senso di scoramento. Un secondo punto importante riguarda il tema della dell’emergenza urgenza. Anche questo è un elemento molto dibattuto e molto segnalato. In cima alle criticità c’è il pronto soccorso, vissuto sempre come un luogo dove si entra e non si sa quando si esce. Anche il tema del personale sanitario è molto sentito. Mancano medici soprattutto nelle specializzazioni di area critica. Da qui dovrebbe seguire l’impegno a rendere maggiormente attrattivo questo percorso professionale che, ad oggi, è messo molto in crisi per la qualità del lavoro: si lavora troppo, spesso in condizioni disagevoli e si rischia sempre di più.

Universalismo del SSN è un bellissimo proposito, ma lo sappiamo siamo distanti dal centrarlo: ci sono ancora molte differenze territoriali (e non sempre il gradiente ‘Nord Sud’ è sufficiente a descrivere la situazione). Questo è un tema che dovremmo affrontare. L’autonomia differenziata potrebbe essere una soluzione?

Questo è un po’ il nostro cavallo di battaglia. Noi nasciamo proprio per segnalare e contrastare queste disuguaglianze, che sono tante, evidenti e non sempre di facile lettura. Soprattutto in sanità. Partiamo con il dire che il federalismo sanitario è stato fin qui male interpretato e ha creato un evidente divario sul territorio perché ci sono regioni che lavorano effettivamente meglio e, bisogna dirlo, mettono in campo una capacità manageriale migliore rispetto ad altre. Ma va detto che sussistono significative difformità anche all’interno delle stesse regioni. Noi lo abbiamo fotografato ad esempio parlando di deserti sanitari che si caratterizzano per la distanza dai luoghi di cura o per l’assenza di alcune figure professionali. Ebbene, tanto per fare un esempio che contrasta la narrazione comune, molte regioni del nord hanno mostrato dati critici per la presenza dei medici di medicina generale, che sono meno rispetto al sud. Un altro esempio porterebbero essere le Case di comunità. Insomma i temi sono molti, ma il concetto di fondo resta il medesimo: se vogliamo parlare di riduzione delle diseguaglianze questi sono dati che bisognerà aggredire. Noi ci proviamo proponendoci anche come dei soggetti che vogliono partecipare, ad esempio alla coprogettazione delle case della comunità, ma registriamo, non senza rammarico, una certa resistenza ad includerci fattivamente in questi percorsi. E questo è un elemento grave.

Esitazione vaccinale, aggressioni ai medici e una generale diffidenza tra cittadini e personale medico hanno tutti motivazione a monte molto diverse tra loro, ma un minimo comune multiplo potrebbe essere – tra gli altri – un difetto di comunicazione tra il mondo della sanità e i cittadini che non si sa perché si fidano sempre meno. Questo può essere secondo lei un dato su cui riflettere e – in caso – c’è qualcosa che potremmo cambiare in questo senso?

Il tema è centrale. La comunicazione è la chiave per superare le distanze tra i cittadini e le Istituzioni, che ad oggi è devastante. Le campagne di comunicazione messe ad oggi in campo hanno, spiace dirlo, un bassissimo impatto si comportamenti dei cittadini e sviluppano capacità di entrare in contatto con l’aspetto emotivo della persona del tutto insufficienti. Questo è sotto gli occhi di tutti. A mio avviso non avremo risultati soddisfacenti finché non avremo una comunicazione adeguata e finché non capiremo che comunicare bene non è un valore accessorio, ma una strategia essenziale, e vincente. Dovremmo affidarci a persone esperte, comunicatori e psicologi per esempio, capaci di toccare le corde dei cittadini e rompere così quelle barriere comportamentali sulle vaccinazioni, sull’uso dei farmaci, sugli screening così come su tante cose. Poi sicuramente, mi piace fare un passaggio anche su questo aspetto, andrebbe comunicata ai cittadini una maggiore compattezza del sistema, perché questo è un altro elemento importante. Cioè il cittadino spesso incontra medici che dicono una cosa e altri che sostengono il contrario e questo genera disorientamento e sfiducia. Serve invece coerenza nei messaggi e capacità di comunicare in modo personalizzato ed empatico per rompere le barriere comportamentali e questo passa anche dal tempo che il medico può (e deve) dedicare all’ascolto dei suoi pazienti. Una questione tutt’altro che marginale.

 

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