Uno studio dell’Università di Bari individua attraverso la risonanza magnetica funzionale profili cerebrali associati a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina. Nicola Sambuco e Giulio Pergola spiegano a Panorama della sanità quali prospettive apre la ricerca e quali passaggi saranno necessari prima di tradurre questi risultati in percorsi di cura del Servizio sanitario nazionale
Scegliere il trattamento più adatto prima di iniziare la terapia, riducendo il ricorso a tentativi successivi: è una delle grandi promesse della medicina di precisione applicata alla psichiatria. Una ricerca pubblicata su Nature Communications da un gruppo del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro ha individuato profili differenti nell’attivazione dei circuiti cerebrali della ricompensa, associati a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina. Un risultato che apre prospettive interessanti anche per il trattamento della schizofrenia, ma che, sottolineano i ricercatori Nicola Sambuco e Giulio Pergola, deve ancora dimostrare la propria utilità clinica nei pazienti. La sfida non riguarda soltanto la ricerca: se questi biomarcatori saranno validati, occorrerà capire come integrarli nei percorsi assistenziali, nelle reti del SSN e nelle decisioni terapeutiche senza creare nuove disuguaglianze territoriali.
Abbiamo rivolto qualche domanda a Nicola Sambuco e Giulio Pergola del Dipartimento di Biomedicina Traslazionale e Neuroscienze (DiBraiN), Università degli Studi di Bari Aldo Moro
In riferimento allo studio Reproducible human reward imaging phenotypes exhibit differential sensitivity to dopamine D2 receptor antagonism. Nature Communications, 2026.
La medicina di precisione in psichiatria promette terapie più mirate, ma richiede tecnologie, competenze e percorsi specialistici non disponibili ovunque. Come evitare che innovazioni come il neuroimaging avanzato aumentino le differenze territoriali già esistenti nell’assistenza alla salute mentale?
Pergola: In realtà, nel nostro caso la tecnologia non è il limite: abbiamo usato una risonanza come quelle già presenti in molti ospedali. Molto più rara è la competenza per generare e analizzare i dati. Rovesciando la domanda, questo è anche il motivo per cui questa ricerca origina a Bari e non nella Silicon Valley: il punto non è una nuova tecnologia, ma un nuovo modello per guardare alla risposta ai farmaci. Medicina di precisione non vuol dire macchine sempre più complicate.
Per questo la strada sensata è quella della rete. L’esame si fa nell’ospedale vicino a casa, mentre l’analisi la svolgono pochi centri di riferimento per conto degli altri. C’è poi la parte che decide davvero, e non è strettamente scientifica. Se un esame simile dimostrerà, in futuri studi più ampi, di migliorare le decisioni cliniche, dovrà entrare tra le prestazioni garantite dal Servizio Sanitario Nazionale. La scienza crea opportunità, coglierle sta alla società.
Il vostro studio individua, attraverso la risonanza magnetica funzionale, profili cerebrali associati a una diversa sensibilità ai farmaci che agiscono sulla dopamina. Qual è il risultato più rilevante emerso dalla ricerca e quale potrebbe essere, in prospettiva, la sua ricaduta concreta per i pazienti con schizofrenia?
Sambuco: Il risultato principale è che non tutti reagiamo allo stesso modo a una ricompensa. In alcuni il cervello si attiva soprattutto al segnale che annuncia il premio, in altri quando il premio arriva. Abbiamo ritrovato questi due profili in più di milleduecento persone di città e nazioni diverse, e rispondono in modo diverso ai farmaci che agiscono sulla dopamina, come parte degli antipsicotici. Lo stesso farmaco, alla stessa dose, produce effetti differenti a seconda del profilo.
Oggi non ci sono esami di routine per determinare in anticipo quale antipsicotico funzionerà su una persona, per cui gli psichiatri agiscono secondo linee guida uguali per tutti i pazienti. Riconoscere prima a quale meccanismo ciascun paziente è più sensibile potrebbe accelerare la prescrizione più indicata per ciascuno. Su questo però vogliamo essere chiari. Nei volontari sani, con studi in doppio cieco e con placebo, abbiamo osservato che il profilo cambia la reazione del circuito della ricompensa al farmaco. Non abbiamo dimostrato che sia valido per predire la risposta alla terapia nei pazienti. Stiamo lavorando per testare questa ipotesi.
Se in futuro fosse possibile prevedere meglio la risposta agli antipsicotici, quali cambiamenti servirebbero nei servizi di salute mentale del SSN? Bisognerebbe ripensare linee guida, percorsi diagnostico-terapeutici e modalità di presa in carico dei pazienti con schizofrenia?
Sambuco: Sì, ma non prima di un passaggio obbligato. Un biomarcatore non dovrebbe entrare nelle linee guida perché è biologicamente interessante; dovrebbe dimostrare in studi prospettici e multicentrici che conoscerlo prima del trattamento migliora le decisioni e gli esiti rispetto alle informazioni che il clinico già possiede. Noi oggi abbiamo la riproducibilità e una spiegazione biologica, non ancora la prova dell’utilità clinica.
Se quella validazione arrivasse, il cambiamento principale sarebbe passare da una valutazione che avviene dopo l’inizio della terapia a una stratificazione più precoce, all’esordio, che metta insieme informazioni cliniche, cognitive, biologiche e, dove aggiungono qualcosa, di neuroimaging. È la rivoluzione osservata per molti disturbi neurologici a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, ma per la psichiatria non è ancora sopraggiunta. Sul piano organizzativo servirebbe un percorso che colleghi i Dipartimenti di Salute Mentale, la radiologia e i centri con competenze nell’analisi dei dati, con protocolli condivisi e personale formato. Come avviene per un esame del sangue, come la glicemia o la colesterolemia, di cui il specialista si serve per informare la diagnosi e il trattamento, anche questa tecnologia servirebbe a supportare la decisione del clinico, non a prenderne il posto.
La schizofrenia comporta spesso cronicità, disabilità e un elevato carico assistenziale per famiglie e servizi. Una maggiore appropriatezza nella scelta dei trattamenti potrebbe tradursi anche in minori ricoveri, migliore aderenza terapeutica e minori costi sociali? E la politica sanitaria sta investendo abbastanza nella ricerca capace di produrre questo tipo di ricadute?
Pergola: L’esito più plausibile, qualora i dati fossero confermati in studi più ampi, sarebbe una riduzione del disagio provocato da trattamenti solo parzialmente efficaci durante la prima fase della malattia. Nel medio e lungo termine intervengono altri processi nella risposta al trattamento, che vanno studiati separatamente. Per questo avvieremo nel mese di ottobre un nuovo studio di consorzio che segue i pazienti nel tempo. Attenzione però a non far passare per risultato quella che è un’aspettativa. Noi non abbiamo misurato ricoveri, aderenza o costi. Bisogna dimostrare che l’informazione cambia una decisione terapeutica e che quella decisione produce un miglioramento misurabile.
La risposta alla seconda domanda è semplice: una malattia come il morbo di Parkinson, con tassi di incidenza simili a quelli della schizofrenia, ma che coinvolge un segmento più anziano, e dunque meno numeroso, della popolazione, riceve molta più attenzione mediatica e finanziamenti alla ricerca rispetto alla schizofrenia. Concorrono a questo ragioni storiche, scientifiche e sociali che richiederebbero un approfondimento ulteriore. Per la ricerca in psichiatria, va sempre tenuto presente che i finanziamenti competitivi hanno durate relativamente brevi rispetto alla durata delle malattie croniche. Anche solo aumentare la durata dei finanziamenti, prima che l’importo, avrebbe ricadute straordinariamente positive sul mondo della ricerca in quest’ambito.


























