Serve una governance della nutrizione

Lug 7, 2026 | Le nostre interviste, Professioni

Per il neo presidente della Società Italiana di Nutrizione Umana, Francesco Sofi serve una svolta nelle politiche sanitarie: la nutrizione deve diventare un’infrastruttura del Ssn, con maggiore integrazione nei Lea, nei percorsi territoriali e nei Piani nazionali sulle cronicità

Presidente, in che modo la Sinu può diventare un attore più strutturale nelle politiche pubbliche di prevenzione, ad esempio contribuendo alla definizione di Piani Nazionali su obesità, diabete e malattie croniche?

La Sinu ha le competenze scientifiche per essere un interlocutore stabile delle istituzioni, ma dobbiamo trasformare questa competenza in una presenza istituzionale continuativa, non episodica. Concretamente questo significa tre cose.

Primo: chiedere un tavolo permanente, non consultazioni una tantum, nei processi di definizione dei Piani Nazionali su obesità, diabete e malattie croniche non trasmissibili, portando i Larn e le evidenze scientifiche aggiornate come base tecnica dei documenti di indirizzo.

Secondo: rafforzare l’interlocuzione con Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità e Regioni attraverso protocolli d’intesa strutturati, così che il contributo della società scientifica non dipenda dalla sensibilità del singolo interlocutore politico del momento.

Terzo: investire nella produzione di position paper e linee di indirizzo che le istituzioni possano recepire direttamente nei provvedimenti normativi, riducendo la distanza tra evidenza scientifica e decisione politica. La prevenzione nutrizionale va trattata come infrastruttura di sanità pubblica, non come iniziativa accessoria, perché il ritorno in termini di riduzione della spesa sanitaria futura è ampiamente documentato in letteratura.

Considerata la crescente pressione sulle risorse del Ssn, ritiene che la nutrizione clinica debba essere integrata in modo più vincolante nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea) e nei percorsi di cura territoriali?

Sì, e lo dico con convinzione: la nutrizione clinica non può continuare a essere trattata come un servizio accessorio, soggetto alla disponibilità di risorse locali. La pressione sul Ssn è reale, ma proprio per questo va invertita la logica: la nutrizione clinica va vista come strumento di efficientamento della spesa, non come costo aggiuntivo. Penso in particolare a tre ambiti che meritano un’esigibilità più vincolante: la valutazione e il trattamento della malnutrizione ospedaliera, che quando non gestita allunga le degenze e aumenta le complicanze; i percorsi di nutrizione artificiale domiciliare, oggi troppo disomogenei tra Regioni; e la presa in carico nutrizionale nelle patologie croniche ad alto impatto, come diabete, insufficienza renale e oncologia, dove l’intervento dietetico-nutrizionale ha un effetto diretto sugli esiti clinici. Un Lea più stringente su questi punti, con indicatori di monitoraggio regionale, non è solo una richiesta di categoria: è una misura di equità e di appropriatezza clinica.

Come può la Sinu contribuire a ridurre le disuguaglianze di accesso a una corretta alimentazione sul territorio nazionale, anche alla luce delle differenze regionali nei servizi di prevenzione nutrizionale?

Le disuguaglianze nutrizionali in Italia sono anche disuguaglianze geografiche, e la Sinu deve assumersi la responsabilità di renderle visibili prima ancora che di risolverle direttamente, perché la leva principale resta politica e organizzativa.

Il nostro contributo può muoversi su più livelli. Da un lato, mappare sistematicamente l’offerta di servizi di prevenzione nutrizionale regione per regione, per dare alle istituzioni dati oggettivi su cui intervenire, non impressioni. Dall’altro, sostenere la formazione dei professionisti sanitari anche nelle aree dove i servizi specialistici scarseggiano, così da garantire competenze diffuse anche dove le strutture dedicate mancano.

C’è poi un terzo livello, quello della prevenzione primaria: promuovere l’educazione alimentare nelle scuole e nei contesti di comunità in modo omogeneo su tutto il territorio, indipendentemente dalla capacità di spesa della singola Regione o del singolo Comune, perché l’accesso a una corretta informazione nutrizionale è un diritto che non può dipendere dal codice postale.

Nel contesto della lotta alla disinformazione, quale ruolo dovrebbe avere secondo lei la collaborazione tra società scientifiche, istituzioni e piattaforme digitali nella regolazione della comunicazione sulla nutrizione?

È uno dei temi che mi sta più a cuore, e sui quali la Sinu si sta spendendo di più negli ultimi anni grazie al lavoro eccellente del gruppo di studio dei giovani soci della Società; la disinformazione in ambito nutrizionale ha conseguenze dirette sulla salute delle persone, spesso più immediate che in altri campi scientifici. Credo che serva un’alleanza esplicita a tre soggetti. Le società scientifiche come la Sinu devono garantire la qualità e l’aggiornamento continuo dei contenuti, mettendo a disposizione in modo accessibile e comprensibile ciò che la ricerca stabilisce, senza rifugiarsi in un linguaggio troppo tecnico che lascia spazio alla disinformazione. Le istituzioni devono creare le cornici normative e i canali ufficiali di comunicazione, così che il cittadino abbia sempre un riferimento chiaro e riconoscibile a cui rivolgersi.

Le piattaforme digitali, infine, hanno una responsabilità che finora hanno assunto in modo insufficiente: dare priorità algoritmica a fonti verificate e etichettare in modo trasparente i contenuti non validati scientificamente, sul modello di quanto già sperimentato per altri temi di salute pubblica. Non si tratta di limitare la libertà di espressione, ma di garantire che chi cerca informazioni sulla propria salute possa distinguere con facilità un’evidenza scientifica da un’opinione, per quanto autorevole possa sembrare chi la esprime.

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