Sfida globale

Lug 16, 2026 | Le nostre interviste, Professioni

La nuova presidente della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale, Angela Corpolongo, richiama l’attenzione sull’impatto di cambiamenti climatici, mobilità internazionale e crisi geopolitiche, sottolineando la necessità di investire in prevenzione, formazione, ricerca e cooperazione

Presidente Corpolongo, la sua elezione alla guida della Società Italiana di Medicina Tropicale e Salute Globale arriva in una fase in cui le malattie infettive sono tornate al centro dell’attenzione internazionale. Quali saranno le priorità del suo mandato e quale ruolo intende rafforzare per la Simet?

Sono stata eletta Presidente della Simet da meno di un mese e, insieme agli altri membri del Consiglio Direttivo, stiamo definendo il programma che guiderà l’attività della Società nei prossimi quattro anni. È chiaro che il nostro mandato si svilupperà in piena continuità con la missione e con il lavoro svolto finora dalla Simet. Come avete sottolineato, stiamo vivendo una fase in cui le malattie infettive e la salute globale sono tornate al centro del dibattito scientifico e delle politiche sanitarie. La pandemia, i cambiamenti climatici, la crescente mobilità delle persone, le migrazioni e il fenomeno dell’antimicrobico-resistenza hanno reso evidente quanto la salute sia una sfida globale che richiede competenze multidisciplinari e una stretta collaborazione tra i diversi attori del sistema sanitario.

In questo contesto, continueremo a promuovere e valorizzare i temi che da sempre caratterizzano la Simet: la salute globale, le malattie infettive e tropicali, la medicina dei viaggi, l’approccio One Health che riconosce la stretta interconnessione tra salute umana, animale e ambientale, e l’equità nell’accesso alle cure. Continueremo inoltre a sostenere la ricerca scientifica, la formazione delle nuove generazioni di professionisti e l’organizzazione di congressi, corsi, incontri e pubblicazioni che favoriscano la diffusione delle conoscenze e il confronto tra esperti.

La Simet ha sempre affrontato le sfide sanitarie con una visione integrata e multidisciplinare e intendiamo rafforzare ulteriormente questa vocazione. La Società è già parte della Federazione delle Società Europee di Medicina Tropicale e Salute Internazionale (Festmih) e del Network Italiano per le Malattie Tropicali Neglette (In-Ntd), alcuni membri del consiglio direttivo sono parte attiva di European Network for Tropical Medicine and Travel Health (TropNet), ma il nostro obiettivo è ampliare ulteriormente le collaborazioni con altre società scientifiche, università, istituzioni sanitarie e organizzazioni nazionali e internazionali. Crediamo infatti che solo attraverso il dialogo, la condivisione delle competenze e il lavoro in rete sia possibile affrontare efficacemente le sfide poste dalle malattie infettive e dalla salute globale.

Cambiamenti climatici, globalizzazione, mobilità internazionale e conflitti stanno modificando la diffusione delle malattie infettive. Quanto è importante oggi adottare un approccio di “salute globale” e quali sfide attendono il nostro Paese?

Oggi è sempre più evidente che la salute umana è strettamente interconnessa con quella degli animali, dell’ambiente e dei sistemi sociali ed economici. Cambiamenti climatici, urbanizzazione, mobilità internazionale, conflitti e disuguaglianze stanno modificando profondamente l’epidemiologia delle malattie infettive, favorendo la comparsa e la diffusione di patologie in aree geografiche dove fino a pochi anni fa erano assenti o considerate eccezionali. Anche l’Italia è direttamente coinvolta in queste trasformazioni. Stiamo osservando la diffusione di vettori invasivi, come Aedes albopictus e, in alcune aree del Mediterraneo, Aedes aegypti, con un conseguente aumento del rischio di arbovirosi quali dengue, chikungunya e West Nile. A ciò si aggiungono la crescente minaccia dell’antimicrobico-resistenza, l’intensificarsi della mobilità internazionale e la necessità di garantire risposte sanitarie efficaci a una popolazione sempre più mobile e diversificata. È quindi fondamentale rafforzare la capacità di preparedness del Servizio Sanitario Nazionale, investendo nella prevenzione, nella sorveglianza epidemiologica e nella capacità di risposta alle emergenze.

La pandemia da Sars-CoV-2 ha reso evidente che la salute non conosce confini: nessun Paese può considerarsi realmente al sicuro se non lo è anche il resto del mondo. Per questo la salute globale non è più una disciplina di nicchia o una prospettiva teorica, ma rappresenta un paradigma indispensabile per affrontare le sfide della sanità pubblica contemporanea. Significa riconoscere che le politiche sanitarie devono dialogare con quelle ambientali, economiche, sociali e internazionali e che l’approccio One Health, basato sull’integrazione tra salute umana, animale e ambientale, deve diventare parte integrante delle strategie di prevenzione.

Negli ultimi anni, inoltre, la politica e la geopolitica hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nel determinare gli equilibri della salute globale. Guerre, crisi umanitarie, migrazioni forzate, instabilità economiche e disuguaglianze influenzano la diffusione delle malattie, la continuità delle campagne vaccinali, l’accesso ai farmaci e la resilienza dei sistemi sanitari. Questo impone alla comunità scientifica di confrontarsi non solo con aspetti clinici ed epidemiologici, ma anche con questioni etiche, organizzative e di equità.

Come Simet riteniamo che la risposta non possa essere esclusivamente clinica. È necessario investire nella ricerca, nella formazione dei professionisti, nella cooperazione internazionale e nel rafforzamento delle reti di sorveglianza, promuovendo al tempo stesso politiche che riducano le disuguaglianze nell’accesso alla prevenzione e alle cure, perché le emergenze sanitarie colpiscono sempre più duramente le popolazioni più vulnerabili.

Questa visione è stata espressa con chiarezza nella “Dichiarazione di Torino”, (Leggi e condividi la Dichiarazione di Torino)  approvata al termine dell’XI Congresso Nazionale Simet. Il documento nasce dalla consapevolezza che l’attuale contesto geopolitico rappresenti una minaccia concreta per la salute globale e costituisce al tempo stesso un appello alle istituzioni e ai decisori politici affinché la salute venga riconosciuta come un bene comune globale e un investimento strategico per la sicurezza, la pace e lo sviluppo. Per la Simet, la Dichiarazione rappresenta anche una guida per le future attività scientifiche, formative e istituzionali della Società.

In definitiva, parlare oggi di salute globale significa comprendere che investire nella salute dei Paesi più vulnerabili non è soltanto un dovere di solidarietà, ma una scelta di lungimiranza. La prevenzione e il controllo delle malattie infettive dipenderanno sempre più dalla capacità di costruire collaborazioni scientifiche e istituzionali solide, condividere conoscenze e sviluppare strategie coordinate a livello nazionale e internazionale.

Lei lavora da anni nello Spallanzani, uno dei principali centri italiani per la gestione delle emergenze infettive. Dopo l’esperienza della pandemia, l’Italia è oggi più preparata ad affrontare nuove minacce sanitarie o ci sono ancora aspetti da migliorare?

Lavorare allo Spallanzani durante la pandemia è stata un’esperienza professionale e umana che ha segnato profondamente tutti noi. Abbiamo affrontato una crisi senza precedenti ma abbiamo anche visto quanto la competenza dei professionisti sanitari, la ricerca scientifica e la capacità di fare rete tra istituzioni possano fare la differenza quando si è chiamati a gestire un’emergenza.

Rispetto al 2020, credo che l’Italia sia oggi più preparata. La pandemia ha lasciato un’eredità importante: una maggiore consapevolezza del valore della prevenzione, della sorveglianza epidemiologica, della rapidità diagnostica e della necessità di disporre di reti cliniche e laboratoristiche solide. Sono stati compiuti passi avanti significativi, ma sarebbe un errore pensare che il lavoro sia concluso.

La preparazione alle emergenze è un processo dinamico che va alimentato ogni giorno. Il rischio più grande è che, con il ritorno alla normalità, si perda il patrimonio di competenze, esperienze e collaborazioni costruito durante gli anni del Covid-19. È invece proprio nei periodi di relativa tranquillità che bisogna investire in ricerca, innovazione, formazione continua, sistemi di sorveglianza e pianificazione.

Un’altra lezione fondamentale della pandemia è che nessuna istituzione può affrontare da sola una crisi sanitaria. È necessario rafforzare ulteriormente l’integrazione tra ospedale e territorio, tra sanità pubblica, laboratori, università, ricerca e istituzioni. In questo contesto, centri altamente specializzati come lo Spallanzani rappresentano un patrimonio strategico non solo per la gestione clinica dei casi più complessi, ma anche per la ricerca, la formazione, la sorveglianza e il supporto tecnico-scientifico al Servizio Sanitario Nazionale.

Allo stesso tempo, dobbiamo evitare di prepararci alla prossima emergenza pensando che sarà simile alla precedente. Le minacce dei prossimi anni potrebbero essere molto diverse. Per affrontarle serve un Servizio Sanitario Nazionale sempre più resiliente, capace di integrare competenze cliniche, epidemiologiche, microbiologiche e ambientali secondo una prospettiva di salute globale e One Health.

La lezione più importante che il Covid-19 ci ha lasciato è che la preparazione non può essere costruita durante un’emergenza: deve essere consolidata ogni giorno. Investire nella prevenzione, nella ricerca, nella formazione e nella capacità di risposta del sistema sanitario non rappresenta un costo, ma una scelta strategica per la sicurezza sanitaria del Paese.

Nel suo programma ha indicato tra gli obiettivi il rafforzamento della ricerca, della formazione e della cooperazione scientifica. Quali iniziative concrete immagina per coinvolgere i giovani professionisti e consolidare la collaborazione tra istituzioni, università e società scientifiche, anche a livello internazionale?

Ritengo che Il rafforzamento della ricerca, della formazione e della cooperazione scientifica rappresenti una priorità perché sono convinta che il futuro della medicina tropicale e della salute globale dipenda dalla capacità di valorizzare le nuove generazioni e di fare rete tra competenze diverse.

Coinvolgere i giovani professionisti significa offrire loro non solo occasioni di aggiornamento, ma anche la possibilità di partecipare attivamente alla vita della Società. Vorrei che la Simet fosse sempre più uno spazio in cui i giovani possano assumere un ruolo da protagonisti entrando nei gruppi di lavoro, contribuendo ai progetti di ricerca, partecipando all’organizzazione delle attività scientifiche e confrontandosi con colleghi più esperti in un percorso di crescita professionale e umana.

Allo stesso tempo, credo sia fondamentale favorire la collaborazione tra discipline diverse. Le sfide della salute globale non possono essere affrontate da una singola specialità: richiedono il contributo di infettivologi, microbiologi, igienisti, epidemiologi, veterinari, entomologi, esperti di sanità pubblica, cooperazione internazionale e scienze sociali. La Simet, per la sua natura multidisciplinare, può rappresentare un luogo privilegiato di incontro e di dialogo tra queste competenze.

Un altro obiettivo sarà consolidare le collaborazioni con università, Irccs, istituzioni sanitarie e altre società scientifiche, promuovendo progetti condivisi di ricerca, formazione e divulgazione. Credo che le reti scientifiche siano oggi uno degli strumenti più efficaci per produrre conoscenza e trasformarla in politiche sanitarie e buone pratiche assistenziali.

Infine, la dimensione internazionale è parte integrante dell’identità della Simet. Continueremo a rafforzare i rapporti con le principali società scientifiche europee e internazionali, favorendo programmi di scambio, fellowship e collaborazioni di ricerca. Offrire ai giovani la possibilità di confrontarsi con realtà diverse significa contribuire alla loro crescita professionale, ma anche rafforzare il ruolo della ricerca italiana nel panorama internazionale.

Vorrei che la Simet fosse sempre più una comunità scientifica aperta, inclusiva e dinamica, capace di mettere in relazione ricerca, assistenza, formazione e cooperazione internazionale e di offrire, quando richiesto, il proprio contributo scientifico alle istituzioni e ai decisori. Viviamo una fase storica in cui le dinamiche geopolitiche, i conflitti, le crisi umanitarie e i cambiamenti globali incidono profondamente sulla salute delle popolazioni e sulla capacità dei sistemi sanitari di garantire cure e prevenzione. In questo contesto, una società scientifica ha il dovere di portare evidenze, competenze e una visione fondata sui principi di equità, tutela della salute e solidarietà, contribuendo a orientare il dibattito pubblico e le scelte sanitarie, con particolare attenzione alle popolazioni più vulnerabili.

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