Mattia Altini, dg Ausl di Modena e presidente Simm si interroga sul dibattito relativo all’accesso alla facoltà di medicina. “Tornare a mettere al centro la vocazione non è moralismo: è responsabilità verso il futuro della sanità pubblica”

di Mattia Altini *

Negli ultimi mesi il dibattito sull’accesso alla facoltà di Medicina si è concentrato quasi esclusivamente sugli strumenti: test sì, test no, numero chiuso, graduatorie, algoritmi. È una discussione necessaria ma rischia di essere miope se non affronta la questione centrale: che tipo di medici vogliamo formare per il Servizio Sanitario Nazionale dei prossimi decenni?

Mi sono iscritto a Medicina nel 1993; a Bologna c’erano 360 posti per circa 9.000 candidati. Il test era locale, fortemente nozionistico, e il percorso prevedeva anche meccanismi di selezione successivi. Non era un sistema perfetto ma ha prodotto una generazione di professionisti complessivamente solida. Oggi però il mondo è radicalmente cambiato, e con esso la sanità.

La Medicina contemporanea non ha bisogno di “grandi singolarità” incapaci di lavorare insieme ma di professionisti che sappiano stare nelle organizzazioni, gestire conflitti, lavorare in équipe multidisciplinari, assumersi responsabilità collettive. Competenze manageriali, relazionali e di leadership non sono più accessorie ma strutturali all’esercizio della professione medica.

Per questo il tema della selezione non può più riguardare solo le conoscenze: quelle si acquisiscono. Ciò che non si acquisisce facilmente è l’attitudine, la motivazione profonda, il motivo per cui a un ragazzo o a una ragazza “batte il cuore” per diventare medico. La sanità pubblica ha bisogno di persone orientate al bene comune, disponibili a organizzare la propria vita anche in funzione delle fatiche e dei bisogni degli altri.

Continuare a selezionare senza intercettare la motivazione produce effetti distorsivi evidenti: troppi iscritti, pochissima attrattività per specialità fondamentali come emergenza-urgenza, anatomia patologica, pediatria, oncologia. Il sacrificio viene percepito come qualcosa da evitare mentre cresce una visione individualistica della professione, più legata al ritorno economico e alla carriera che al servizio.

Scegliere male oggi i futuri medici – troppi e troppo poco motivati – significa produrre domani un danno strutturale al Servizio sanitario nazionale. Tornare a mettere al centro la vocazione non è moralismo: è responsabilità verso il futuro della sanità pubblica.

*presidente Simm