Non spetta noi giudicare sul complesso italiano della ricerca infermieristica. Ma certo possiamo affermare di essere stati ed esserne un punto di riferimento essenziale. Il contributo che il Cecri di Roma dà alla ricerca italiana è certamente notevole.
Il Cecri dell’Opi Roma viene oggi riconosciuto anche a livello internazionale: quali risultati avete raggiunto nella ricerca infermieristica e quali obiettivi vi ponete?
Siamo molto lusingati del riconoscimento internazionale, che oggi ha ricevuto un significativo attestato: l’International Nursing Knowledge Association (Inka) ha annunciato, nel corso del congresso internazionale del Cecri, una nuova partnership accademica strategica con Opi-Roma, a supporto del lavoro internazionale sulla conoscenza infermieristica centrata sulle diagnosi, sul linguaggio infermieristico standardizzato e sulla pratica infermieristica basata sulle evidenze. Un risultato che premia una storia che, dal 2010 ad oggi, ha prodotto tanta letteratura scientifica.
Fra i risultati che abbiamo ottenuto sicuramente è quello di aver realizzato con il PAI un prodotto informatico che aiutasse gli infermieri a utilizzare la tassonomia infermieristica Nanda-I. Gli obiettivi per il futuro sono essenzialmente due: il primo è supportare l’introduzione del linguaggio standardizzato che nella Regione Lazio muove i primi passi. Il secondo è portare in equilibrio la produzione scientifica con la “messa a terra” delle evidenze scientifiche. La scienza infermieristica produce in Italia fra i 300 e i 400 articoli scientifici, ma quanti di questi si tramutano poi in azione? Ben pochi. Questo gap è uno dei principali obiettivi del quarto polo del Cecri, il polo della pratica clinica che, anche attraverso l’attività del JBI Italy Evidence-Based Practice and Health Research Center costituito al suo interno, si dedica allo sviluppo, alla sintesi e all’implementazione delle evidenze scientifiche nella pratica clinica. La call annuale del Cecri per il sostegno ai progetti di ricerca infermieristica, negli ultimi anni, ha registrato una crescente partecipazione di colleghi operativi nei contesti clinici. Questo dato, affiancato alla costante e preziosa presenza degli infermieri provenienti dal mondo accademico, evidenzia come il Cecri si configuri sempre più come un autentico facilitatore culturale. Il Centro contribuisce infatti a ridurre il divario tra pratica clinica e ricerca, promuovendo un dialogo strutturato e virtuoso che rafforza l’intera professione e ne sostiene l’evoluzione scientifica.
Non ci rivolgiamo solo all’ambito universitario: intendiamo fornire la formazione l’approccio e la metodologia per far sì che l’evidenza scientifica non rimanga fine a sé stessa ma si concretizzi nel contesto assistenziale trasformandosi in azione professionale.
Quale impatto concreto potrà avere l’introduzione obbligatoria del Pai (Professional Assessment Instrument) basato sulla tassonomia Nanda-I nella qualità dell’assistenza infermieristica e nell’organizzazione sanitaria del Lazio?
Ma già si legge in letteratura: l’utilizzo di un linguaggio standardizzato, oltre a garantire un inquadramento del paziente scientificamente appropriato, riduce le giornate di degenza e anche la mortalità. L’utilizzo di un linguaggio standardizzato non è un bene per la professione infermieristica, è un bene per la salute pubblica.
In che modo la standardizzazione del linguaggio infermieristico può contribuire a rendere più “visibile” il lavoro degli infermieri e a valorizzarne il ruolo all’interno del Servizio sanitario?
Voglio essere chiaro: non si tratta qui di fare del lobbismo professionale, proprio no. In realtà, la standardizzazione del linguaggio infermieristico è una risposta appropriata al bisogno di salute. Oggi, per esempio, il 92,5% della attività di assistenza domiciliare è fatta dagli infermieri, ma non se ne ha alcun riscontro. Avere un linguaggio standardizzato – su cui porre un sistema di reporting in grado di definire in che misura che gli interventi abbiano o meno avuto un buon fine (outcome) – fa sì che noi rispondiamo al bisogno di salute pubblica: e i piani sanitari regionali domani, con queste ulteriori informazioni potranno essere molto più calzanti rispetto alle esigenze dei territori. Chi non vede non può misurare e chi non misura non può migliorare.
La collaborazione con Inka/ già Nanda International, apre nuovi scenari per la professione infermieristica italiana: quali ulteriori sviluppi o innovazioni vi aspettate nei prossimi anni?
Il valore principale della nuova partnership di ricerca è che crea un centro di ricerca sinergico dove si va a creare un data set condiviso: e ciò permette di “misurare”, certamente, l’attività assistenziale. L’aspetto più importante di questa partnership è la possibilità di raccogliere dati in grado di fornire informazioni sia sugli esiti assistenziali dei pazienti e quindi sulla qualità dei servizi erogati, sia sull’impiego e sul contributo della professione infermieristica all’interno dei percorsi di cura.
Il Centro di Ricerca Clinica Applicata che nasce oggi si pone quindi due obiettivi principali: produrre evidenze sugli outcome dei pazienti e analizzare, attraverso dati misurabili, l’impatto dell’assistenza infermieristica. I dati oggettivi che la ricerca clinica applicata renderà disponibili consentiranno di orientare in modo più appropriato l’evoluzione della professione infermieristica, supportando scelte organizzative, formative e professionali basate su evidenze concrete.
























