Sto leggendo di Salvini che ha licenziato l’Ad di Ferrovie dello Stato mentre il treno, su un percorso di dieci minuti, ha già accumulato tre quarti d’ora di ritardo. Il Frecciarossa aveva lasciato Termini quasi in orario ma si è arenato all’ingresso della Tiburtina. E lì siamo rimasti fino a che non è venuto in nostro soccorso San Cristoforo, protettore dei viaggiatori, o il dirigente del traffico che immagino operare tra computer animati dalle più sofisticate intelligenze
di Giovanni Monchiero*
Non ipotizzabile un intervento salvifico del Ministro né una sua specifica colpa. Resta la contiguità temporale tra il disservizio e la reazione della politica. In quattro anni di governo, Salvini si è quotidianamente pronunciato su ogni questione, nazionale e internazionale. Se si è occupato di trasporti, l’ha fatto con discrezione, senza darlo a vedere. Questo drastico intervento sa di ricerca del colpo di teatro, a scongiurare qualsiasi assunzione di responsabilità.
Dal mio punto di vista, il ritardo del Frecciarossa è la degna conclusione di un viaggio segnato dal disagio. Sceso a Termini in un torrido pomeriggio di giugno vengo accolto dal cantiere. Il Giubileo si è concluso da sei mesi, ma i lavori al piazzale della stazione, no. Raggiungere a piedi la zona alberghi è un’avventura, tra ristrutturazioni in corso, transenne in cemento, percorsi recintati. Ad infondere sicurezza, volanti della polizia, militari in assetto di guerra e un’autoblindo. Ma il pericolo maggiore è l’attraversamento degli incroci stradali, mal presidiati da semafori impostati prima dei lavori. La solita Roma.
Il mattino dopo, va in scena una delle ricorrenti crisi dei taxi. La reception dell’hotel in mezz’ora non riesce a procurarcene uno. Tentiamo la fortuna al parcheggio di piazza dell’Esedra. C’è la fila, ma di auto bianche neanche l’ombra. Dopo lunga, inutile attesa raggiungiamo la metropolitana. La stazione di discesa non è nelle immediate vicinanze della sala del convegno. Si impone una bella camminata sotto il sole, con indegno ritardo ad un evento che avevo contribuito ad organizzare. All’uscita affido a compagni di sventura più tecnologici la ricerca del mezzo di trasporto. L’attesa in qualunque altra città farebbe scandalo, qui è quasi nella norma: venti minuti.
Nel pomeriggio l’hotel ha le medesime difficoltà nel reperire i taxi, ma la temperatura esterna sconsiglia soluzioni alternative. Finalmente ne arrivano due. Il primo lo prende l’amico diretto a Fiumicino. Scena fantozziana. Accolti passeggero e valigia, l’auto riparte ma si blocca dopo due metri. Motore in panne. Interverrà il carro attrezzi. Cedo all’amico il mio taxi e resto in attesa che l’autista sfortunato convinca la centrale a mandargli un sostituto. Esito non scontato ma, alla fine, arriva una macchinetta, di quelle che non dovrebbero essere ammesse al servizio pubblico, senza aria condizionata. Si viaggia con i finestrini aperti, come ai bei tempi della giovinezza.
Il luogo di questo mio secondo impegno è lontano dal centro. Mi preoccupo di prenotare il viaggio di ritorno, sulla apposita app. La procedura mi dice subito che la mia richiesta è stata registrata e che, dieci minuti prima dell’ora stabilita, mi sarà comunicato il numero del mezzo. La formula è ambigua e, infatti, cinque minuti prima mi giunge il messaggio che – guarda un po’ – il taxi non è stato trovato. Mi soccorre una cortese collega automunita.
Resta il problema del trasporto pubblico in una città sempre più caotica. Se ne parla da decenni ma la corporazione dei taxisti è potente e si oppone ad ogni cambiamento. Roma rimane eterna e imperturbabile, nella sua bellezza e nei suoi vizi. Disordine, traffico, sporcizia; il fondo stradale sconnesso; le auto in doppia fila e quelle che occupano stabilmente il marciapiede; i dehors che si espandono e non pagano la tassa comunale. Ognuno ritiene giusto farsi i fatti propri e tutti vivono peggio: i residenti, chi ci viene per lavoro, le turbe di turisti.
Fino a quando, o Roma, abuserai della nostra pazienza?
P.S. Ho posto a conclusione l’incipit della prima catilinaria, un classico dell’invettiva. Il sommo Cicerone si avvaleva dell’arte retorica per sostenere l’accusa, anche oltre l’evidenza delle prove. Vi garantisco, invece, che ogni dettaglio di questa modesta lamentazione è assolutamente vero.
*Vicedirettore di Panorama della Sanità














