Guido Beccagutti, Direttore generale di Confindustria Dispositivi medici, ci aiuta a fare il punto su quanto sta emergendo attorno alle raccomandazioni sui sistemi di chirurgia robotica adottati dalla cabina di regia HTA. “In ogni processo nuovo e rilevante, possono emergere elementi perfezionabili. Noi abbiamo ritenuto utile trasmettere alcune osservazioni, con spirito costruttivo, proprio per contribuire al rafforzamento del modello”
Mentre non sembra esaurirsi la discussione nata attorno alle raccomandazioni Agenas sull’impiego dei sistemi di chirurgia robotica in chirurgia generale, ginecologia e urologia, adottate dalla Cabina di regia Hta, abbiamo chiesto a Guido Beccagutti, direttore generale di Confindustria Dispositivi medici, chi farci capire meglio quale impatto dovremmo attenderci, ora, sul settore dei DM.
Diciamocelo chiaramente, le raccomandazioni Agenas sull’impiego della Robotica stanno sollevando molte obiezioni. Lei che idea si è fatto?
La pubblicazione delle raccomandazioni rappresenta un fatto positivo, perché segna un avanzamento concreto del Programma Nazionale HTA dei dispositivi medici e conferma la volontà di rafforzare strumenti di valutazione a supporto delle decisioni pubbliche. È un percorso importante per il Servizio sanitario nazionale, perché introduce maggiore programmazione, trasparenza e capacità di leggere l’innovazione in modo strutturato. La vera novità di questa fase, però, non è soltanto la valutazione tecnica della tecnologia, ma il fatto che al lavoro di assessment sia seguita una fase di appraisal, cioè una raccomandazione di utilizzo adottata nell’ambito del Ministero della Salute, autorità competente per i dispositivi medici. Questo passaggio è particolarmente rilevante perché le raccomandazioni dovrebbero contribuire a orientare in modo chiaro e uniforme le decisioni di chi programma, acquista e utilizza queste tecnologie sul territorio nazionale. Detto questo, come accade in ogni processo nuovo e rilevante, possono emergere elementi perfezionabili. Noi abbiamo ritenuto utile trasmettere alcune osservazioni di merito alla Cabina di regia e ad Agenas, con spirito costruttivo, proprio per contribuire al rafforzamento del modello.
C’è un rischio ‘stallo’ sulla robotica che il nostro sistema corre seriamente o si tratta di uno scenario troppo pessimistico?
Il rischio non è uno stallo immediato, ma che strumenti pensati per migliorare le decisioni possano, se non ben calibrati, rallentare l’introduzione dell’innovazione o ampliare le disuguaglianze territoriali nell’accesso alle tecnologie avanzate. La chirurgia robotica è una tecnologia che in molte realtà sta già contribuendo all’evoluzione dell’assistenza, dentro percorsi clinici organizzati e appropriati. Il punto non è fermarla o accelerarla in modo indiscriminato, ma governarla bene. Per questo serve un quadro chiaro, prevedibile e coerente, che aiuti Regioni e strutture sanitarie a programmare investimenti, competenze e modelli organizzativi senza incertezze interpretative.
Ci aiuti a capire: quali sono gli ostacoli da superare per lo sviluppo della robotica in Italia?
Gli ostacoli principali sono tre. Il primo è la frammentazione decisionale: senza indirizzi omogenei, il rischio è avere velocità diverse tra territori. Il secondo riguarda la programmazione: tecnologie complesse come la robotica richiedono volumi adeguati, formazione continua, équipe multidisciplinari e modelli organizzativi coerenti. Il terzo è una valutazione che deve essere sempre più integrata: non solo costo iniziale della tecnologia, ma impatto complessivo sui percorsi di cura, efficienza organizzativa, attrattività professionale e benefici per il paziente.
L’innovazione funziona quando viene letta dentro il sistema, non come elemento isolato.
All’estero vivono la nostra stessa situazione o le cose cambiano?
Tutti i principali sistemi sanitari stanno affrontando la stessa sfida: come valutare e introdurre innovazioni ad alta complessità in modo sostenibile. Quindi il tema non è solo italiano. La differenza spesso sta nella capacità di integrare più rapidamente valutazione clinica, organizzativa ed economica dentro decisioni chiare e stabili. In molti Paesi il confronto tra istituzioni, professionisti e industria è strutturato e continuativo. L’Italia ha oggi l’occasione di fare un salto di qualità proprio attraverso il Piano Nazionale HTA dei dispositivi medici, che può diventare uno strumento moderno di governance dell’innovazione.
Secondo lei cosa accadrà ora? (e cosa proprio non dovrebbe accadere?)
Ci aspettiamo che questo sia l’inizio di una fase di consolidamento del programma HTA, non un punto di arrivo. La prima applicazione concreta del Programma Nazionale HTA dei dispositivi medici rappresenta un passaggio rilevante, che conferma la volontà di rendere strutturale la valutazione delle tecnologie. Proprio perché si tratta di un percorso nuovo e complesso, è fisiologico che possano emergere elementi da affinare, come abbiamo segnalato nelle nostre osservazioni trasmesse alle istituzioni competenti. Quello che non dovrebbe accadere è leggere il documento come un esito statico o divisivo. Ora serve proseguire nel dialogo tra istituzioni e stakeholder, rafforzando un modello sempre più trasparente, robusto e capace di coniugare rigore metodologico, sostenibilità e accesso all’innovazione.



















