“Un sistema più etico”

Mar 21, 2024 | Le nostre interviste

In attesa che la Corte di Cassazione si esprima in merito al meccanismo del payback per i dispositivi medici, Gennaro Broya de Lucia, presidente di Pmi Sanità*, ci regala la fotografia di un momento cruciale per il comparto (e per la Sanità tutta)

Payback dispositivi medici. Ci avviciniamo a grandi passi verso la sentenza definitiva (attesa il 22 maggio). Cominciamo dall’inizio: perché va abolito?
Va abolito anzitutto perché è uno sbaglio normativo. In sostanza, si pretende dai fornitori di dispositivi medici del Ssn, che hanno già praticato uno sconto sui prezzi in fase di gara, di rimediare ai disavanzi delle Regioni.  Si è pensato di applicare una norma che esiste nel farmaco anche al settore dei dispositivi medici che, però, è un mondo completamente diverso. Noi stessi ci siamo preoccupati con lo studio commissionato al Nomisma (nota), di evidenziare questa grande differenza per filiera, per fatturati, per redditività, ma soprattutto per destinatari e modus operandi. Si pensi soltanto che il payback farmaceutico coinvolge circa centosettanta aziende in Italia, mentre quello dei dispositivi medici impatta su circa seimila aziende. Questo già da sé fa capire che mercato dei dispositivi medici è un mercato molto più frammentato che include anche piccole realtà produttive italiane che non possono certamente reggere un’imposizione di questa natura. Vi è anche una seconda importante ragione per abolirlo e risiede nel fatto che il mercato dei dispositivi medici non è un mercato negoziato come quello del farmaco, dove il payback agisce come una sorta di sconto sul prezzo a consuntivo. Ma è un mercato in concorrenza, regolato dal codice degli appalti, dove lo sconto sulle forniture e il controllo della spesa sono fatti a monte. Gli sconti, nelle gare, possono arrivare anche al 30-40% e il payback si aggiungerebbe a questo sconto portando le forniture in perdita; come se le imprese, pur di vendere al Ssn dovessero pagare una parte della forntiura di tasca loro.

Mi riallaccio ad una sua considerazione che riguarda la natura delle aziende del comparto. Parliamo di molte imprese italiane, che esprimono grande qualità e dimensioni contenute. Cosa rischiano?
Considerando la situazione da una prospettiva ampia, si evidenzia come siano a rischio tre ministeri cruciali: quello della Salute, del Mimit e del Lavoro. Questo riflette l’entità delle potenziali ripercussioni su settori fondamentali per l’economia e il benessere sociale del paese. Perché il rischio è la scomparsa di fatto dei player italiani e la creazione di un disastro occupazionale. Qui vorrei dare solo qualche numero: parliamo circa di duecento mila addetti in un mercato nel quale due aziende europee su tre sono di fatto delle Pmi. Nel caso italiano, poi, questa percentuale non solo cresce, ma impatta anche fortemente sulla nostra società perché va sottolineato come le Pmi italiane rivestano un ruolo sociale molto forte, collaborando in maniera attiva al funzionamento stesso del sistema sanitario nazionale a cui offrono supporto e duttilità encomiabili. Non è raro, infatti, vedere che i tecnici delle aziende italiane restino in servizio a sostegno degli operatori medici ben oltre l’orario di lavoro o che le aziende dilazionino i pagamenti o anticipino addirittura i materiali per le urgenze. Un’attenzione al territorio che raramente riscontriamo in una qualunque multinazionale.

Andiamo al 23 maggio, il payback lo abbiamo salutato. C’è una ricetta per dare nuovo slancio al settore dei dispositivi medici?
Io non credo che il ventitré maggio saluteremo il payback. Staremo a vedere, ma in ogni caso per noi è importante essere pronti ad affrontare lo scenario che si definirà. Il 23 maggio potremmo certamente trovarci di fronte ad un’abrogazione totale della norma, questo è l’auspicio, ma non è scontato. L’abrogazione totale della norma cancellerebbe il meccanismo e lo renderebbe irripetibile da parte del governo. Del resto, i profili di incostituzionalità sono ben quattro e bene approfonditi dal Tar per cui speriamo che vada così. Ma questo è solo una delle ipotesi in campo. Potremmo infatti essere messi di fronte ad una abrogazione parziale della norma nella parte in cui questa è ritenuta incostituzionale, ad esempio la retroattività. A quel punto la partita ritornerebbe sul Tar che dovrebbe poi giudicare il resto. Anche in caso di conferma del payback, terzo scenario, la causa, tornerebbe al Tar per completare i due gradi di giudizio. Quindi Tar e Consiglio di Stato. Per cui, come vede, nulla è certo. Va tuttavia detto che, in ogni caso, restano da vagliare alcuni aspetti che noi abbiamo proposto direttamente al Tar e che potrebbero addirittura sollevare la questione pregiudiziale eurounitaria davanti alla Corte di giustizia dell’unione europea. Uno su tutti: la remuneratività degli appalti, su cui Pmi Sanità ha effettuato già nel mese di aprile 2023 una denuncia alla Commissione europea, il cui esito potrebbe essere addirittura l’apertura di una procedura di infrazione a carico dell’Italia.

Mi faccia una previsione?
Io mi auguro che la partita si chiuda nel migliore dei modi e me lo auguro anche in virtù di un dialogo produttivo e costante che in questi mesi abbiamo avuto non solo con Roma, ma anche con tutte le amministrazioni e i governi regionali da cui sono anche scaturite diverse mozioni da diverse regioni d’Italia che si sono espresse in maniera contraria al payback dispositivi medici, chiedendo al governo non solo di non applicarlo, ma di superarlo. E questo è stato un lavoro peculiare di Pmi sanità, per cui ringrazio anche tutti i consigli regionali che hanno mandato avanti questo tipo di attività. L’associazione sta lavorando intanto per creare un sistema più etico, soprattutto tra i piccoli imprenditori, e non smetterà certo di farlo.

*Associazione nazionale delle piccole e medie imprese produttrici e fornitrici (per gli ospedali) del materiale necessario alla diagnosi ed alle cure

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