Era caratterizzata da svenimenti continui, pallore lunare con una sfumatura giallo-verdastra della cute: la clorosi era rivelatrice della considerazione della donna, anche di rango sociale elevato, che avevano da secoli la società e la medicina

 di Bernardino Fantini*

Le malattie hanno una storia, non solo perché sono fenomeni biologici e quindi evolvono, come tutti i sistemi viventi, seguendo l’evoluzione darwiniana. Alcune emergono, fenomeno comune in questi ultimi decenni, altre scompaiono, per effetto dell’azione delle politiche sanitarie, come per l’eradicazione del vaiolo, della polio (con qualche piccolo residuo) e della malaria in quasi tutte le aree temperate. Altre invece scompaiono perché non sono più compatibili con il quadro teorico e la situazione socio-culturale. Le malattie sono infatti dei concetti che inquadrano realtà patologiche e, in quanto concetti, possono cambiare o anche scomparire con l’evolversi delle conoscenze e del contesto. Questo, ad esempio, è il caso della “tisi”, un termine usato molto a lungo nella letteratura medica e nel linguaggio comune per designare una malattia dei polmoni, quasi sempre fatale (“la tisi non le accorda che poche ore”, atto III della Traviata di Giuseppe Verdi). Ma alla fine dell’Ottocento, il termine “tisi” viene sostituito con quello di “tubercolosi”, perché si constata che la malattia colpisce organi diversi dai polmoni, con la formazione di una lesione tipica (piccole cavità o “tubercoli”) e che tutte le diverse forme della malattia, qualunque sia l’organo colpito, sono causate da un batterio specifico, il Mycobacterium tuberculosis, scoperto da Robert Koch nel 1882.

Un caso emblematico di scomparsa di una malattia, ricco di spunti di riflessione storica e sociale, è la clorosi, considerata molto comune nei secoli passati, soprattutto in epoca romantica, ma ora completamente scomparsa dalla letteratura e dalla pratica medica.

Il nome “clorosi”, a indicare una particolare costituzione corporea, caratterizzata principalmente dal pallore anemico del volto, fu introdotto da Jean Varandal, decano della Facoltà di medicina di Montpellier, in un trattato del 1615 dedicato alle malattie delle donne, ma solo nel 1731, con la pubblicazione da parte del grande medico Friedrich Hoffmann di un trattato sulla “vera clorosi” (“Dissertatio de genuina chlorosis indole, origine et curatione”), che la malattia acquisisce la sua natura specifica, distinta dall’astenia che può colpire entrambi i sessi e riservata esclusivamente alle donne giovani e vergini.

I medici del Seicento e del Settecento diagnosticano una clorosi per le donne con ritardo del menarca o una amenorrea completa, indicando come segni il pallore del viso con una sfumatura verdastra e proponendo come causa la ritenzione nell’utero del “seme femminile” che si pensava fosse contenuto nel sangue mestruale. E tale ritenzione è dovuta alla soppressione forzata del desiderio e dalla mancanza di attività sessuale delle vergini e delle giovani vedove (e ovviamente anche delle monache). Secondo la teoria umorale ereditata dalla medicina classica, la donna è di natura “fredda” e “umida” e per mantenersi in equilibrio fisico ed emotivo ha la necessità di un’intensa attività sessuale per bagnare il collo dell’utero con il seme maschile, “caldo” e “secco”, mantenendo l’equilibro umorale ed evitando la malattia. La donna abbandonata alle sue pulsioni non soddisfatte mostra un’ipocondria astenica, palpitazioni cardiache, svenimenti continui, pallore lunare con una sfumatura giallo-verdastra della cute. Il rimedio è uno solo, trovare un marito che ne controlli il comportamento e soddisfi le sue esigenze.

Soprattutto in epoca romantica, in un’epoca di industrializzazione e urbanizzazione, i medici descrivono spesso donne adolescenti, soprattutto di ceto elevato, pallide, languide ed apatiche, soggette a svenimenti e a palpitazioni. Le pubblicazioni mediche si moltiplicano e il Dizionario di medicina pubblicato da Gabriel Andral fra il 1829 e il 1836, dedica a questa malattia ben 8 colonne. E nella letteratura romantica abbondano le giovani donne che soffrono di clorosi. Fanny Price, l’eroina timida e pallida del romanzo Mansfield Park di Jane Austen, riesce a malapena a camminare, ha sempre mal di testa ed è estremamente emotiva, il modello stesso della donna del periodo d’oro della clorosi, l’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento. Anche il racconto The Wings of the Dove di Henry James, pubblicato nel 1902 ha come protagonista una giovanissima donna gravemente affetta da tutti i segni tipici della clorosi. In Francia, diverse poesie nei Fiori del male di Baudelaire mettono in contrasto le donne del suo tempo, clorotiche e pallide come cere, fiori appassiti, con le bellezze rosee e nude del Rinascimento e del Barocco.

“Il rimedio è uno solo, trovare un marito che ne controlli il comportamento e soddisfi le sue esigenze”

Con lo sviluppo della medicina scientifica la clorosi rapidamente perde il suo valore diagnostico. L’anatomia patologia non trova infatti nessuna lesione osservabile né sono più valide le etiologie proposte. Nei soggetti clorotici in laboratorio si osservano solo valori di emoglobina molto ridotti e finalmente nel 1936 si conferma che la clorosi è solo una carenza di ferro (anemia ipocromica microcitica, sideropenica, in termini tecnici), facilmente trattabile e ovviamente non esclusiva del sesso femminile. La malattia scompare e viene considerata, come scrive W. Crosby nel 1987 “un’allucinazione collettiva di medici, poeti e romanzieri”, dovuta soprattutto al maschilismo dominante nelle società borghesi. Un indice chiaro di questa improvvisa scomparsa è dato dal numero di articoli e libri dedicati alla clorosi, come risulta dall’Index Medicus. Il primo volume, pubblicato nel 1880 come Catalog of the Library of the Surgeon General’s Office U.S. Army contiene quasi otto grandi pagine con riferimenti bibliografici alla clorosi (pp. 982-989). Un secolo dopo nel 1991 l’Index Medicus non ha nessuna menzione di questo termine, totalmente scomparso, con l’evoluzione della cultura medica e soprattutto del contesto socio-culturale.

*Professeur Honoraire d’Histoire de la Médecine, Faculté de Médecine, Université de Genève

(Panorama della Sanità 5-2023)