Domenica 20 settembre abbiamo festeggiato, al paese, i nostri anni in cifra tonda. Pranzo in trattoria, all’aperto, in una splendida giornata di sole, temperatura da fine estate. La cornice, perfetta, ci ha aiutati a reggere meglio l’impatto con la ricorrenza. Ottanta suona male. Cresce il numero di chi ha compiuto la sua strada. Di gran parte dei migrati in città abbiamo perso le tracce. Dolorose le assenze causate da malanni, anche non gravi, ma premonitori. Presenti in 19, fra maschi e femmine, su cento che eravamo alle elementari. Tre sezioni nel capoluogo, una maschile, una femminile e una mista, più la mezza dozzina di noi sparsa nelle pluriclassi di campagna
di Giovanni Monchiero*
I ricordi si ricongiungono nelle elementari, l’unica esperienza di vita che tutti ci accomuna. Formidabili quegli anni. La scuola, antica e severa, era al centro della nostra esistenza, luogo di studio, occasione di crescita e persino di divertimento. Positiva la memoria dei nostri insegnanti, soprattutto per i compagni della mia sezione. Abbiamo avuto la fortuna di essere guidati, dalla prima alla quinta, sempre dal medesimo maestro, un giovane al primo incarico che introdusse metodi innovativi in un ambiente tradizionale e austero. Ci faceva giocare all’aria aperta, ci portava a visite guidate nei boschi e nei campi coltivati, a vedere la natura e il mutare delle stagioni.
Le critiche sussurrate nei corridoi ci rendevano consapevoli e orgogliosi di vivere un piccolo passo verso la modernità. Ma anche gli altri conservano un bel ricordo delle loro maestre, pur anziane e arcigne. In ogni epoca, in vecchiaia, si è rimpianta la gioventù. Nel nostro “amarcord” paesano, l’anomalia di individuare i migliori anni della vita nel percorso scolastico di base si spiega con il fatto che di lì ci siamo passati tutti, in un contesto di sostanziale eguaglianza. E che tutti lì siamo cresciuti. In quinta elementare, nessuno di noi non sapeva leggere, scrivere e far di conto.
Nel raggiungere il suo scopo primario, la scuola era molto favorita dalla solidità della vita sociale, fondata su valori profondi e condivisi. Va aggiunto che noi alunni non eravamo distratti da altre fonti di informazione. L’apprendimento avveniva attraverso la comunicazione verbale e la scuola era il luogo deputato ad insegnare i rudimenti del sapere a bambini che vivevano il dovere di imparare.
Oggi il mondo è radicalmente cambiato. Insegnare è diventato più difficile. Paradossalmente, lo stato ci mette del suo riducendo le risorse, come per altri servizi vitali. In compenso, la scuola è rimasta l’unica agenzia educativa: la chiesa è stata abbandonata, la famiglia si è trasformata. Sulla scuola vediamo quotidianamente scaricare tutte le aspettative di trasmissione dei valori, da quelli civili all’educazione affettiva. Ma, con singolare contraddizione, si tende a mettere in secondo piano l’efficacia dell’insegnamento. Le statistiche ministeriali ammoniscono che almeno un terzo degli studenti del secondo anno delle superiori non è in grado di comprendere un testo in italiano. Dato inquietante. Dovrebbe far sorgere il dubbio che l’istituzione che ha fallito nell’insegnare possa risultare efficace nell’educare.
Ce ne torniamo a casa rasserenati dallo sguardo sulle radici comuni. E alla sera i telegiornali ci riportano al tema della scuola. Parlando alla festa di Gioventù Nazionale, la Presidente del Consiglio ha trattato, con acuti comizieschi, dei problemi provocati dal crescente numero di immigrati. Propone di limitarlo al 30%, obbligare i genitori ad imparare l’italiano, vietare il burqa e il niqab. Distribuire equamente bambini e ragazzi stranieri è una esigenza non nuova, sentita anche in una logica di accoglienza, ma messa così – con obblighi e divieti difficili da far rispettare – sembra la solita propaganda.
Fra l’altro, il giorno dopo si viene a sapere che la norma del 30% è già contenuta in una circolare dell’allora ministro Gelmini, vecchia di sedici anni. Che pare non abbia trovato applicazione anche perché non ci sarebbero casi concreti cui applicarla. Scoppia ovviamente la polemica con reciproche accuse di razzismo e di tradimento dell’italianità. A fine settimana, il governo emana uno specifico decreto-legge contenente le misure annunciate.
Decreto probabilmente inutile ma che introduce un elemento di novità. Da sempre la propaganda si muove a sostegno dell’azione politica. In questo caso, possiamo dire che una importante azione politica (un atto legislativo) è stata assunta a sostegno della propaganda.
E sì il mondo è molto cambiato. Per questo, noi ottantenni ci sentiamo legittimati a coltivare il ricordo di quello che fu.
*Vicedirettore di Panorama della Sanità














