Quando penso ai problemi della politica, un postulato mi tormenta da più di trent’anni: la legge elettorale è irrilevante ai fini del buon funzionamento della democrazia. Con il suo primo corollario: tutte quelle sino ad oggi sperimentate o proposte sono compatibili con l’assetto degli organi dello Stato stabilito nella Costituzione
di Giovanni Monchiero*
Trovandomi solo, o in sparuta compagnia, a ritenere le regole previgenti più appropriate delle innovazioni proposte e ascoltando la comunità dei costituzionalisti affermare esattamente il contrario, ovvero la marginalità e l’equivalenza democratica delle leggi elettorali, ho vissuto momenti di sconforto se non di totale smarrimento. Sin da quando, dicevo, un poeta della politica innamorato della democrazia, Marco Pannella, dichiarò guerra alle preferenze, ritenute strumento di controllo in mano a poteri occulti e mafiosi.
Da allora ne abbiamo sentite e subite di tutti i colori. Dalla scoperta dei meriti dei sistemi maggioritari, che hanno fatto grandi le democrazie dei paesi anglofoni (difficile, oggi, ripetere questa tesi con l’abituale assertività), alla salubrità dell’alternanza, antidoto al consociativismo, ben nota patologia della prima repubblica. Per tacere del bisogno di stabilità a garanzia del buon governo e della necessità di rafforzare i poteri del Consiglio dei ministri e del suo presidente. Tutte le leggi elettorali che si sono succedute – “mattarellum”, “italicum”, “porcellum”, “rosatellum” – dichiaravano la finalità di efficientare la nostra democrazia. Ed in ogni circostanza, giuristi e studiosi della politica, si accalcavano a sostenere i pregi della nuova norma e la sua aderenza ai principi costituzionali. Me ne dispiacevo assai, fino a dubitare della mia capacità di discernimento.
Di fronte alla proposta attualmente in esame, si sono rivisti alla Camera i franchi tiratori che hanno mandato in minoranza il governo sul tentativo di reintrodurre le preferenze e conseguentemente limitare le quote rosa. I deputati, maschi e femmine, pensavano al proprio seggio e per difenderlo hanno percorso la via dell’insubordinazione. Per il governo si trattava, invece, di una manovra diversiva, per distogliere l’attenzione dall’abnorme premio di maggioranza. Contro il quale non si è levata solo la voce dell’opposizione, ma anche quella di -pochi – politologi e giuristi dubbiosi che l’esigenza di stabilità possa trasformare il raggiungimento del 42% dei voti (in origine il 40) in cospicua sovra-assegnazione di seggi.
C‘è da scommettere che la legge passerà, anche perché non mancano altri elementi di distrazione di massa. Esce l’atteso pronunciamento della Corte di cassazione su una vicenda che aveva scosso e diviso l’opinione pubblica e, prima ancora che l’imputato sia stato accolto in carcere, il Ministro della giustizia annuncia una raccolta firme per la richiesta di grazia. Tanta immediatezza testimonia un giudizio del tutto negativo sulla sentenza e, più in generale, specialissima avversione nei confronti della magistratura. Peraltro già dimostrata con il recente, maldestro tentativo di riforma costituzionale.
C’è da dubitare che la stabilità di questi governanti sia un bene meritevole di tutela. In ogni caso, lo strumento prescelto stravolge completamente la Costituzione. La seconda repubblica con qualche colpetto alla Carta, il tourbillon di leggi elettorali e il consolidamento di molte cattive abitudini ha già inciso sui caratteri distintivi del nostro ordinamento nato come democrazia parlamentare. Oggi, il Parlamento di nominati non ha altra funzione che quella di assecondare la volontà del governo (la maggioranza) o di contrastarla per onor di firma (l’opposizione).
Con la nuova legge elettorale passeremo dalla seconda alla terza repubblica. Unica certezza: non diventerà una monarchia. Ma non dovrà sorprenderci nessun’altra evoluzione. Così vogliono i tempi. Che dalla padella Meloni si sia destinati a cadere nella brace Vannacci, nel fornelletto a gas Conte o nel piano a induzione Schlein. Continuerò a dispiacermene, per le forme e per la sostanza, sempre in consapevole ma ridotta compagnia.
Sono state ripubblicate alcune vecchie interviste di Enzo Biagi, tra le quali una ad Andreotti. Era il 1974. Di fronte ad una domanda provocatoria, il pluriministro rispose che le azioni politiche si fanno per dovere o per convinzione, non per interesse. Può darsi che non fosse del tutto sincero. Era personaggio temuto e discusso. Gli avversari lo chiamavano Belzebù.
Ma nella seconda repubblica nessuno ha mai detto una frase così.
*Vicedirettore Panorama della Sanità














