Dalla minaccia Nbcr ai blackout digitali, passando per la tenuta del personale, analizziamo le fragilità del sistema sanitario italiano nelle crisi maggiori: piani e protocolli esistono, ma senza esercitazioni e integrazione reale il sistema rischia di non reggere l’imprevedibile
di Manuel Monti*, Filippo Calzolari°
Alle 8:17 del mattino il Pronto Soccorso è già saturo. Ambulanze in coda, barelle nei corridoi, personale al limite. Poi arriva la chiamata: evento maggiore, decine di feriti in arrivo. In pochi secondi cambia tutto. Non è più medicina d’urgenza: è medicina delle catastrofi.
Una maxiemergenza è esattamente questo: uno squilibrio improvviso, violento e sproporzionato tra bisogni e risorse. Una catastrofe va oltre, perché al sovraccarico sanitario si aggiunge il danneggiamento delle infrastrutture, fino a compromettere gli stessi luoghi del soccorso. È in quel passaggio — rapido e irreversibile — che si misura la tenuta del sistema. Non nei giorni ordinari, ma quando l’ordinario collassa. E non nel solo Pronto Soccorso: è l’intero ospedale, insieme al territorio, che deve trasformarsi in una creatura nuova, capace di respirare a un ritmo diverso.
L’orchestra e lo spartito: la macchina organizzativa
Una maxiemergenza non somiglia a un reparto semplicemente “più affollato”. Somiglia a un’orchestra chiamata a eseguire la Nona di Beethoven: servono tutti i musicisti, devono essere preparati e avere gli strumenti giusti. E, soprattutto, non basta distribuire lo spartito la sera del concerto. Nella medicina delle catastrofi vale lo stesso principio: protocolli e piani sono indispensabili, ma senza prove ed esercitazioni restano carta ben scritta. La disciplina nasce proprio per organizzare la risposta sanitaria quando il numero di vittime supera la capacità ordinaria del sistema e costringe a cambiare paradigma, puntando non al miglior trattamento per ciascuno, ma al maggior numero possibile di vite salvate con le risorse disponibili.
L’Italia, in questo senso, non parte da zero. Il Servizio nazionale di protezione civile dispone da tempo di criteri consolidati; esistono moduli sanitari regionali, la Cross per coordinare evacuazioni e trasferimenti, e piani per il rischio naturale. Anche il recente caso di Crans-Montana, nel gennaio 2026, ha mostrato che il sistema italiano sa attivarsi rapidamente oltre confine. Tuttavia, avere la macchina organizzativa non significa che tutti i suoi ingranaggi siano davvero pronti a lavorare insieme sotto stress. Uno studio multicentrico pubblicato su PubMed rilevava già anni fa che la maggioranza degli ospedali non era pienamente preparata a gestire disastri, citando criticità nella catena di comando e nella surge capacity.
Il "buco nero" del rischio Nbcr
Quale scenario rischierebbe oggi di coglierci più impreparati? Non necessariamente il più vasto, ma quello capace di rompere più equilibri contemporaneamente. Il candidato più plausibile è l’evento Nbcr urbano (chimico, biologico, radiologico o nucleare), accidentale o deliberato, magari associato a incendio, numerosi ustionati e accessi difficili.
In scenari simili — come l'attacco al sarin nella metropolitana di Tokyo del 1995 ci ha insegnato — non basta “curare”: bisogna prima proteggere i soccorritori. Il rischio è la contaminazione secondaria degli ospedali. Se decine di persone contaminate arrivano autonomamente in Pronto Soccorso prima dei soccorsi strutturati, l'intero ospedale può diventare inagibile in pochi minuti. Bisogna saper separare i percorsi, governare la paura collettiva e dosare i trasferimenti verso i centri specialistici. Mentre per terremoti o alluvioni possediamo memoria operativa, sugli scenari Nbcr la sfida è trasversale: coinvolge Vigili del Fuoco, forze dell’ordine, laboratori e logistica. Basta che un solo segmento entri in ritardo perché l’intera sinfonia perda il tempo. L’Oms Europa ha richiamato proprio nel 2025 l’urgenza di rafforzare la preparedness per eventi Cbrn, e l’Italia sta guidando il progetto europeo rescEU proprio per colmare questi gap.
La fragilità invisibile: il blackout digitale
C’è poi una vulnerabilità silenziosa: la dipendenza digitale. Nel 2025 l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha segnalato un aumento del 40% degli attacchi cyber contro la sanità. In una maxiemergenza, un blackout informatico non sarebbe un problema secondario: rallenterebbe il triage, la diagnostica e la tracciabilità dei feriti. Una maxiemergenza Nbcr diventerebbe ancora più critica se colpisse un sistema non allenato alla “modalità degradata”. Saper tornare all'uso di carta, penna e braccialetti fisici in un mondo iper-connesso è una competenza che stiamo rischiando di perdere e che va invece preservata con cura.
La resilienza del personale: oltre il burnout
Non possiamo ignorare il fattore umano. Una maxiemergenza si regge sulle spalle di operatori già provati da carenze croniche. La "reattività" del sistema italiano dipende dalla capacità di mobilitare personale in tempi record. Le esperienze di Matera 2019 hanno dimostrato che quando il Peimaf (Piano di Emergenza Interno per Massiccio Afflusso di Feriti) viene testato con simulazioni, la prontezza e la sicurezza psicologica degli operatori crescono esponenzialmente. Senza formazione, lo stress decisionale di dover "scegliere" chi curare per primo può portare alla paralisi.
Conclusione: dalle carte alle prove
La risposta non è inseguire l’ultimo rischio di moda, ma trasformare i piani in capacità reale. Significa addestrare la catena di comando coinvolgendo non solo il Pronto Soccorso ma anestesia, chirurgia, radiologia, laboratori e logistica. La maxiemergenza che ci coglierebbe impreparati è quella che ci obbliga a fare tutto insieme — decidere, proteggere, curare, comunicare — mentre una parte del sistema si inceppa. La vera domanda per la sanità di oggi non è se abbiamo gli spartiti (i piani), ma quante prove abbiamo fatto prima del concerto. Solo l'allenamento costante può trasformare il caos in un'organizzazione salvavita.
*Direttore DEA Usl Umbria 1
°Referente maxiemergenze DEA Usl Umbria 1





























