Io e la mia repubblica siamo diventati grandi insieme – potrei dire, parafrasando Baglioni. Oggi siamo più che grandi. Ottant’anni sono una vita. Anche una e mezza, allora. All’italiano di sesso maschile era dato di vivere una sessantina d’anni, o poco più
di Giovanni Monchiero*
Sono nato repubblicano, qualche settimana dopo il 2 giugno. E come tale sono stato cresciuto ed educato. Mio padre era fieramente antimonarchico. Cosa non del tutto scontata in provincia di Cuneo, una delle quattro del nord Italia in cui al referendum vinse la monarchia. Innamorato delle favole, gli obiettavo che l’Italia non avrebbe più avuto principi coraggiosi e principesse da salvare. Lui mi spiegava che tutti gli uomini sono uguali e tenuti a rispettare le leggi; che la repubblica si governa con il metodo democratico, secondo le regole della Costituzione; che non abbiamo un re, ma un presidente eletto dal parlamento, a sua volta espressione del popolo sovrano.
L’attaccamento alla repubblica e alla sua costituzione era figlio degli anni della resistenza. Nata proprio a Cuneo, dalle parole di Duccio Galimberti che, dalla finestra del suo studio, sulla piazza grande che oggi porta il suo nome, arringò una piccola folla con una di quelle frasi che fanno la storia: “Sì, la guerra continua fino alla cacciata dell’ultimo tedesco, fino alla scomparsa delle ultime vestigia del regime fascista!”. Era il 26 luglio del ’43. Badoglio aveva appena confermato la fedeltà dell’Italia all’alleato nazista. Ventun mesi dopo, le città del nord sarebbero state invase da folle di partigiani, ma, in quel momento, ad immaginare un’Italia libera e democratica occorreva visione del futuro. E grande coraggio.
La resistenza, da noi, non fu un modo di dire. Le rappresaglie degli occupanti bruciarono Boves, cittadina ai predi delle alpi, e altri centri minori. Molti pagarono con la vita, compreso Galimberti. Anche il cugino Marco, medaglia d’argento al valor militare, impiccato con Leonardo Cocito ed altri sei capi della resistenza nelle Langhe. Ma Alba fu l’unica città del nord, sede vescovile, ad essere occupata dalle brigate partigiane ed eretta in repubblica, nell’autunno del ’44. A quella fiammata di libertà, durata solo 23 giorni, Fenoglio dedicò un racconto memorabile.
Nei primi anni della repubblica vivevamo poveri ma pieni di fiducia e l’ottimismo era confortato dai fatti. La ripresa post-bellica fu rapidissima. Dopo vent’anni eravamo in pieno boom. Lo scontro generazionale del ’68 mi trovò impreparato. All’Università di Torino il leader delle prime proteste studentesche era Luigi Rossi di Montelera, erede della Martini. Un sincero democratico, presto cacciato dagli estremisti. Gli slogan dei cortei mi apparivano forieri di tempesta: mi ritrovai conservatore e profeta. La tempesta scoppiò davvero. Furono anni cruenti, ma la legalità democratica non venne meno e – anche grazie alla unità di intenti fra maggioranza e opposizione – la repubblica né uscì indenne.
Avrebbe subito, ai primi anni novanta, la crisi decisiva, tanto che, nel linguaggio comune, si parla, da allora, di seconda repubblica e si individua la causa del cambiamento nelle iniziative giudiziarie contro la corruzione. In realtà, quelle istituzioni che avevano retto ai colpi del terrorismo avrebbero potuto superare anche i richiami alla pubblica moralità. Ma eravamo cambiati noi, tutti. Per politici e semplici cittadini si erano trasformati i valori di riferimento. In politica vigevano sempre le regole antiche, ma non i costumi, né lo stile, né il senso del pubblico bene.
Era cambiato il modo di vivere. La televisione aveva occupato il tempo libero e proposto nuovi modelli incentrati sull’individualismo, sul successo, sulla ricchezza, sul consumo di tutto, persone e cose. Non è un caso che a guidare il cambiamento e i primi tentativi di “modernizzare” le istituzioni sia stato il signore delle tv private.
All’uomo occidentale del nuovo secolo, la politica non interessa. Preferisce appassionarsi a slogan elementari ed immedesimarsi nei protagonisti. Percepisce le regole come limiti al suo spazio vitale e non le ama. Quelle che disciplinano la democrazia gli sono, poi, del tutto indifferenti.
Nella seconda repubblica all’indebolimento delle istituzioni si è accompagnata una grave decadenza economica. Negli ultimi trent’anni l’Italia è, in Europa e tra i paesi dell’OCSE, quello che è cresciuto di meno. Coincidenza? Forse. Sarebbe utile discuterne ma, sui temi sgradevoli e complessi, vige la regola del silenzio.
Intanto la nostra cara vecchia repubblica ha compiuto ottant’anni. “Cento di questi giorni” è formula tipica delle feste di compleanno. Per uno stato potrebbero sembrare pochi. Ma, in questo contesto, si tratta di un augurio che merita il brindisi.
*Vicedirettore Panorama della Sanità














