Chiedere soldi al governo è vocazione antica dei nostri industriali. Poiché il governo soldi non ne ha e all’assemblea di Confindustria è rappresentato ai massimi livelli, l’istanza viene rivolta all’unione europea, accusata di non fare quello che gli imprenditori italiani si attendono. L’immagine dell’Europa matrigna è prontamente ripresa dalla Presidente del Consiglio tra l’entusiasmino dei presenti, con ampia condivisione dell’opinione pubblica
di Giovanni Monchiero*
Capita spesso. Descrivere gli uffici della comunità come un covo di ottusi burocrati impegnati a disciplinare il diametro dei cetrioli (non è una metafora: l’hanno fatto davvero) mentre l’economia ristagna, il mondo è in fiamme e il nostro maggior alleato ci taglieggia, è diffusa consuetudine. Così come dolersi della modesta qualità della classe politica, beatificare Merkel e Kohl e risalire sino ad Adenauer, De Gasperi e Schumann in una corsa mortificante al supremo rimpianto.
L’elenco potrebbe continuare. Prima del S.O.S di Confindustria, eravamo in attesa dell’autorizzazione a sfondare il limite del deficit annuale nei conti dello Stato. La freddezza di Valdis Dombrowskis, commissario per l’economia, suscitava risentimento. E molti si chiedevano se fosse giusto affidare così alto incarico ad un rappresentante della Lettonia. Nessuno che – da noi – si sia posto il problema della correttezza della richiesta di deroga agli equilibri di bilancio avanzata dal paese più indebitato d’Europa (abbiamo scavalcato anche la Grecia). È sempre colpa degli altri, tecnocrati arroganti, tirchi, piccoli, brutti e cattivi. Che da anni ci condannano alla miseria e oggi vogliono distruggere la nostra industria.
Le politiche europee sono ovviamente discutibili. Ci si dovrebbe, però, occupare non tanto di quel che l’Europa fa, ma di quello che è. La vita dell’Europa è regolata da trattati; le decisioni richiedono l’unanimità e spesso vengono rinviate; ognuno dei paesi aderenti persegue il proprio interesse e se ne vanta. Anche in queste condizioni si potrebbe, probabilmente, fare meglio. Ma all’Europa non ha bisogno di aggiustamenti, con qualche trattatello in più. Servirebbe una vera costituzione. Cosa che non propone nessuno.
Assorto in questi mesti pensieri, mi imbatto in uno striscione che occupa la parte alta di uno di quei chioschi romani, tutti uguali, suppongo di proprietà comunale, un tempo destinati alle edicole e oggi per lo più trasformati in negozi di turistiche cianfrusaglie. Questo conserva la destinazione originaria. Lo striscione non lascia dubbi: “Chi vuole la scomparsa delle edicole?”
All’accorato estensore non basta che la gente non compri più i giornali; che quei pochi che li leggono trovino più comodo ed economico il web; che la maggioranza si abbeveri alle fonti offerte dai social; che moltitudini non riescano ad elaborare o a seguire ragionamenti che superino le dieci parole. Per spiegare la crisi della carta stampata – e di chi la diffonde – serve anche un assassino, meglio, una congiura. Quando si sarà un po’ spento il richiamo dell’intrigo di Garlasco, c’è materia per alcune puntate di “Quarto Grado”.
Il complottismo è una fuga dalla realtà, paradossalmente consolatoria. Quante volte – a noi frequentatori del mondo della sanità – è capitato di leggere o ascoltare risoluti attacchi contro chi vuole distruggere il Servizio Sanitario Nazionale?
Generosamente, chi lo dice lascia a noi il piacere di individuare l’assassino. A complicare le cose, i sospetti di premeditare il crimine nascondono le loro intenzioni proclamando la volontà di salvare la vittima designata. Che, di suo, se la passa piuttosto male. Mentre presunti congiurati e sedicenti salvatori la tengono in vita con brodini e cataplasmi.
Qui – senza offesa – “Quarto Grado” non basta. Ci vorrebbe Agata Christie, insuperata regina del giallo. Ricordate il finale di “Assassinio sull’Orient Express”?
*Vicedirettore Panorama della Sanità














