I duecentocinquant’anni dall’Independence Day sono stati festeggiati malamente. Com’era facile prevedere, Trump ci ha messo del suo trasformando in autocelebrazione la rievocazione di un evento storico. Certo le guerre che agitano il mondo non favorivano la riflessione. Ostile anche il clima, che ha costretto il negazionista sommo a rinviare le manifestazioni oceaniche rese impraticabili dall’afa
di Giovanni Monchiero*
È rimasto il grandioso spettacolo pirotecnico. Come ad ogni sagra di paese, moltiplicato per mille. Ma, ammonisce impietoso sondaggio, metà degli americani non sa quello che si festeggia. E ce ne siamo scordati anche noi europei, pur legati ai riti della storia.
Se il 4 luglio segnasse solo la nascita di un nuovo stato, non meriterebbe di essere ricordato fuori dai confini. Tanto più a distanza di secoli. E non rappresenta, quel giorno, soltanto la formalizzazione del sogno americano, che centocinquant’anni prima aveva animato i “padri pellegrini”, spinti a lasciare l’Inghilterra dalle lotte di religione e dalla speranza in una vita migliore. Da allora sino ai giorni nostri, in milioni hanno scelto l’America come luogo di riscatto economico, di vita nuova, di libertà. La data sui libri di storia è tutto questo e molto di più.
Per dare forza ad un atto politico ispirato anche da ragioni di bottega e dalla eterna avversione a tasse troppo onerose, gli autori del documento richiamarono in premessa i principi supremi che devono regolare la vita dell’uomo e della società: “Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità.”
Scusate la lunga citazione. Per la prima volta queste parole uscivano dai libri di filosofi e giuristi e venivano poste a fondamento di uno Stato. Nasceva, in quel momento, una repubblica fondata sull’uguaglianza dei cittadini: la prima democrazia nella storia dell’umanità. La Rivoluzione francese avrebbe ripreso quei principi e prodotto una più nota dichiarazione dei diritti dell’uomo. Ma la grande rivoluzione, dopo aver tagliato la testa a un Re, si concluse incoronando un Imperatore.
Mezzo secolo dopo, Alexis de Tocqueville tradusse la sua ammirazione per l’ordinamento politico degli Stati Uniti in un classico, “La Democrazia in America”. Durante il suo viaggio oltreoceano, la Francia era una monarchia, retta da un Borbone, illuminato ma pur sempre un re. Cui, dopo una breve parentesi repubblicana, sarebbe seguito un secondo Imperatore. Tanto per ricordare come arduo e doloroso sia il cammino dell’emancipazione dei popoli e come alla libertà, anche in Europa, siamo giunti tardi e in tempi diversi.
Queste, in poche parole, le ragioni per ritenere il quarto di millennio della nascita della democrazia meritevole di celebrazioni universali. Non di fuochi di artificio protratti per ore, né di rappresentazioni allegoriche in stadi di folle plaudenti, come si usa per le olimpiadi o i grandi avvenimenti sportivi. Ma di una iniziativa ripresa in tutti i paesi che si ritengono democratici. Forse più di quanti non lo siano davvero.
Un sogno. La realtà è che la festa è stata vissuta come una ricorrenza solo americana e che il Presidente ha pronunciato un discorso roboante, senza alcun riferimento ai valori, vantando successi mai avvenuti e potenza distruttiva superiore a quella di qualunque avversario. Come se fosse grande merito.
Fuori dell’ufficialità, Trump ha celebrato l’evento facendo convocare dal tribunale i giornalisti del New York Times che avevano dubitato dell’opportunità del dono del nuovo areo presidenziale da parte del Qatar; lanciando missili sull’Iran a trattative in corso; imponendo al Presidente della Fifa la cancellazione della squalifica del cannoniere della nazionale.
La democrazia in America – che tanto entusiasmò Tocqueville – oggi non se la passa troppo bene. Motivo in più per celebrarne la nascita.
*Vicedirettore Panorama della Sanità














