Nelle recenti elezioni regionali, la Germania ha svoltato a destra. Ad angolo retto, con una rapidità tale da incupire tutti coloro che ancora credono nell’idea di Europa e vi ripongono le ultime speranze di salvezza del vecchio continente. Una Germania guidata dai neonazisti putiniani di AFD risulterebbe fatale per l’Unione Europea che si regge su accordi, non su solide istituzioni. La contemporanea elezione a sindaco di Berlino di un’esponente della sinistra massimalista di Die Linke, figlia di rifugiati turchi, ha indotto molti a ritenere che le vittorie dei due estremi in qualche modo si compensino. Non è così. Se mai si sommano come indici di estremizzazione della politica e di fuga dalla democrazia rappresentativa. Berlino è l’eccezione che conferma la regola
di Giovanni Monchiero*
Politici e commentatori di area liberal-democratica hanno dato degli eventi interpretazioni accorate ma banali: la crisi economica; la sfiducia nei partiti tradizionali sempre uguali a sé stessi, logori; l’incapacità di ascolto.
I politologi interpretano gli accadimenti con le categorie della politica. Che non è una scienza esatta e neppure una scienza a sé. L’incapacità di ascolto non costituisce la causa della crisi dei partiti, se mai un effetto della loro trasformazione. Non ci sono più partiti con una ideologia, una visione sociale, un progetto da realizzare, ma aggregazioni di avventurieri che concepiscono la politica come occasione di ascesa personale.
A Bonaccini è sfuggita l’osservazione che il voto a destra è il voto degli incolti. È stato sommerso dai fischi. Offendere l’avversario non è mai opportuno. Ma l’affermazione trova conferma nelle statistiche. Chi vota a destra, in media, ha un tasso di scolarizzazione inferiore a chi vota a sinistra. Non sta bene dirlo, ma è un dato di fatto. La cultura contiene valori inclusivi, l’ignoranza è repulsiva. La cultura aiuta ad esprimere opinioni più approfondite e controllate. Le donne senza gonne di Vannacci sono, prima di tutto, sgradevole rozzezza.
Ma il titolo di studio non fa la politica. Un tempo, in tutta Europa, la classe operaia votava prevalentemente a sinistra. Aggiungerei che le plebi contadine erano in maggioranza fedeli ai partiti cattolici. In Italia il consenso delle classi popolari era diviso fra DC e PCI. Oggi non più. La causa va cercata al di fuori delle dinamiche della politica, guardando alle trasformazioni della società.
La DC è scomparsa da tempo. Si suol dire a seguito delle iniziative giudiziarie di “mani pulite”. Che sono state l’ultima ora che uccide, la goccia che fa traboccare il vaso: i valori su cui si fondava il personalismo cristiano erano, da tempo, minoritari. Il PCI si è trasformato, ma i suoi eredi portano l’impronta dolorosa dei sopravvissuti che tentano di adattarsi ai tempi. Le antiche bandiere, giustizia ed uguaglianza, non interessano più. I nuovi diritti, cosiddetti “civili”, nascono da una rigida visione individualista.
Alla fine del secolo scorso, in molti – per non dire tutti – abbiamo applaudito alla morte delle ideologie interpretandola come il trionfo del liberalismo. Non è andata proprio così. Le grandi ideologie sociali – il socialismo marxista e il solidarismo cristiano – fondate sull’etica, sono state sostituite dall’ideologia della libertà, rapidamente evoluta in disperato individualismo. La rivoluzione tecnologica del nuovo millennio ha fatto il resto: l’individuo che si crede in relazione con il mondo è, in realtà, solo con sé stesso. Oggi parla direttamente con l’intelligenza artificiale, e la rivoluzione libertaria del ’68 finisce nella dipendenza dalla macchina.
I social si sono rivelati una pandemia peggiore di qualsiasi pestilenza. Tutti a comunicare con tutti e con nessuno. L’anno scolastico è iniziato con l’accoltellamento della professoressa in diretta streaming, seguito da vari tentativi di emulazione, per fortuna incompiuti. A corollario, le due sorelline di San Cataldo, fuggite da casa per vincere una sfida su you tube. Infine, lo sparatore di Prati, personificazione della follia dell’uomo occidentale, condannato al benessere solitario.
Questo il contesto sociale su cui si innesta la politica. La crisi climatica, la decrescita demografica, l’immigrazione, le tensioni internazionali che generano le tante guerre, richiedono ai governi risposte sapienti e generose. La politica, espressione umorale di milioni di individui inetti e disperati, non sarà in grado di elaborarle.
*Vicedirettore Panorama della Sanità














