Dalla ricerca alle decisioni

Lug 22, 2026 | Le nostre interviste

Alla guida dello Scientific Advisory Board dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Anna Odone, Ordinario di Igiene e Medicina Preventiva all’ Università di Pavia e Presidente della Sezione III del Consiglio Superiore di Sanità, punta a ridurre il divario tra evidenze scientifiche e politiche sanitarie: “Mettere la scienza e le evidenze a supporto del decison making è un imperativo ma – al contempo – un impegno complesso”

Professoressa Odone, la sua nomina alla guida dello Scientific Advisory Board dell’Oms Europa rappresenta un importante riconoscimento internazionale. Quale significato ha per lei questo incarico e quali saranno le priorità del Board nei primi mesi di attività?

È un incarico che accolgo con forte senso di responsabilità, in un momento complesso per la sanità in Europa. Il ruolo dello Scientific Advisory Board sarà quello di supportare l’azione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, favorendo che le evidenze scientifiche siano prodotte, sintetizzate, validate, interpretate e tradotte rapidamente in politiche sanitarie efficaci nei diversi contesti nazionali europei.

Nei prossimi mesi lavoreremo in stretto contatto con l’ufficio Regionale di Copenaghen per supportare la messa a terra del Second European Programme of Work (EPW2) dell’Oms, programma europeo per il 2026-2030 che ha identificato cinque priorità di intervento: 1) rafforzare la sicurezza sanitaria e la preparazione alle emergenze, 2) prevenire le malattie croniche agendo sui determinanti sociali e commerciali di salute, 3) promuovere l’ invecchiamento attivo, 4) agire per proteggere la popolazione dai rischi ambientali e climatici, 5) innovare i sistemi sanitari, valorizzando l’innovazione e le tecnologie. Sono obiettivi particolarmente ambizioni.

Uno degli obiettivi del nuovo organismo è trasformare le evidenze scientifiche in politiche sanitarie efficaci. Perché oggi è così difficile far dialogare ricerca e decisori politici e come si può colmare questo divario?

La mia disciplina – la sanità pubblica – non è una scienza pura, è l’interconnessione tra evidenze scientifiche e decisioni di politica sanitaria, finalizzata a “prevenire le malattie, prolungare e migliorare la qualità della vita, e promuovere la salute della popolazione attraverso gli sforzi organizzati della società”. Per perseguire questi obiettivi non basta considerare le risultanze della ricerca scientifica, come ad esempio i dati di efficacia sperimentale di un farmaco, un dispositivo medico o di un vaccino, occorre anche valutare elementi economici ed organizzativi, considerare i diversi contesti in cui i programmi sanitari si attuano, gli interessi e le prospettive dei diversi stakeholders. Non ci dimentichiamo che i determinanti di salute risiedono spesso al difuori del comparto sanitario, e sono influenzati da politiche sociali ed interessi economici. Mettere la scienza e le evidenze a supporto del decison making è un imperativo ma – al contempo – un impegno complesso.

L’Europa è chiamata ad affrontare sfide sempre più complesse, dall’invecchiamento della popolazione alle malattie croniche, fino alle conseguenze dei cambiamenti climatici e alle future emergenze sanitarie. Quali ritiene siano le priorità che richiederanno il maggiore impegno nei prossimi anni?

Le sfide principali nella regione europea sono legate: i) ai cambiamenti demografici (aumento dell’aspettativa di vita e denatalità) che accrescono i bisogni di salute, e al contempo diminuiscono la disponibilità di risorse disponibili per soddisfarli, minando la sostenibilità dei sistemi universalistici; ii) ai cambiamenti dell’ecosistema indotti all’azione dell’uomo che hanno impatti importanti sulla salute, pensiamo al cambiamento climatico e al suo effetto su, ad esempio, endemia delle malattie infettive e produzione alimentare; e iii) ai cambiamenti sociali che fanno emergere nuovi fattori di rischio per la salute fisica e mentale, i cui effetti non sono ancora quantificati e caratterizzati, pensiamo ad esempio all’esposizione ai social media negli adolescenti, o agli stili di vita indotti dai cosiddetti determinanti commerciali di salute.

Da docente universitaria e Presidente della III Sezione del Consiglio Superiore di Sanità, porterà nello Scientific Advisory Board anche l’esperienza italiana. Quale contributo può offrire il nostro Paese alla costruzione di politiche sanitarie europee sempre più basate sulle evidenze scientifiche?

L’esperienza accademica e quella al servizio delle istituzioni nazionali mi consentono di avere una prospettiva complementare. L’ Università è il luogo che offre la maggiore libertà di pensiero, ma al contempo la grande responsabilità di trasmettere alle prossime generazioni non solo le proprie competenze e il proprio metodo, ma anche principi e valori. Parimenti, sono orgogliosa di servire il Paese attraverso il ruolo tecnico-consultivo del Css le cui Sezioni rispondono ai quesiti posti dal sig Ministro per le diverse aree di competenza (n.d.r. la prevenzione per la Sezione III).

L’Italia è il paese con l’età media più alta in Europa (quasi 50 anni) e con una solida tradizione di universalismo. Questa convergenza è – da un lato un valore straordinario – e dall’altro impone responsabilità e sfide importanti per il futuro. In un conteso di crescita inarrestabile dei bisogni di salute e di scarsità di risorse per soddisfarli serve un ripensamento profondo dei principi che ci devono guidare. Se l’universalismo – principio cardine della legge che ha istituito il Servizio Sanitario Nazionale quasi 50 anni fa – è un valore che vogliamo concretamente mantenere occorre agire con determinazione.

In un’ottica europea il “modello Italia” rappresenta un punto di riferimento in alcune aree strategiche della salute pubblica e mi riferisco alla tradizione delle politiche sociali e di welfare che influenzano la salute, alle competenze e reputazione della nostra comunità scientifica, al contributo dell’accademia e dell’ R&D nel settore privato, e al posizionamento strategico in alcuni assetti istituzionali comunitari.

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