Erika Viola, Consigliere e Coordinatrice della Commissione Pari Opportunità Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia e Direttore Uoc Ortopedia e Traumatologia Ospedale di Cremona, spiega come l’ortopedico possa riconoscere i segnali nascosti della violenza domestica e sottolinea l’importanza di formazione, protocolli condivisi e una rete multidisciplinare per la tutela delle vittime
Dott.ssa Viola, quanto è diffusa oggi, nella pratica clinica quotidiana degli ortopedici, la capacità di riconoscere precocemente i segni di una possibile violenza domestica e quali sono le principali difficoltà operative?
La capacità di riconoscere precocemente i segni di una possibile violenza domestica è ancora disomogenea e non sempre strutturata nella pratica clinica quotidiana. Gli ortopedici e i traumatologi, soprattutto in Pronto Soccorso, sono spesso tra i primi specialisti a osservare le conseguenze fisiche della violenza: fratture, contusioni, traumi cranici, lussazioni, escoriazioni o lividi in diverse parti del corpo. Tuttavia, queste lesioni non sempre sono immediatamente riconoscibili come possibili esiti di violenza.
La difficoltà principale è che molti traumi possono apparire accidentali o isolati. Inoltre, molte vittime non riferiscono subito la reale causa della lesione e possono rivolgersi più volte al Pronto Soccorso, anche per anni, prima di chiedere aiuto. A questo si aggiunge la complessità operativa del Pronto Soccorso: tempi ristretti, carichi di lavoro elevati, urgenze che si accumulano e necessità di prendere decisioni rapide. Per questo è fondamentale fornire agli ortopedici strumenti formativi e protocolli chiari, che li aiutino a riconoscere i segnali d’allarme e ad attivare tempestivamente la rete multidisciplinare.
In che modo la formazione specifica, come il corso “Tornando a casa”, può cambiare concretamente il comportamento dei professionisti nei Pronto Soccorso e nei reparti di ortopedia?
La formazione specifica può incidere in modo concreto perché aiuta il professionista a sviluppare maggiore consapevolezza clinica, relazionale e medico-legale. Il corso “Tornando a casa” nasce proprio per formare ortopedici, traumatologi e medici in formazione specialistica a leggere alcune lesioni non solo come singoli eventi traumatici, ma come possibili segnali inseriti in una storia più ampia di abuso o maltrattamento. Nella pratica significa prestare maggiore attenzione alla ricorrenza degli accessi in Pronto Soccorso, alla compatibilità tra racconto e lesione, alla presenza di traumi multipli o in diverse fasi di guarigione, alla localizzazione delle fratture e a eventuali segnali di paura, reticenza o isolamento. La formazione aiuta inoltre il medico a sapere come comportarsi: come avvicinare la persona in modo rispettoso, come garantire riservatezza e protezione, quando coinvolgere le figure competenti, quali obblighi medico-legali considerare e quali percorsi territoriali attivare. Il cambiamento atteso non è solo riconoscere di più, ma riconoscere meglio e sapere cosa fare dopo, all’interno di una rete di presa in carico.
Le forti disomogeneità territoriali nelle segnalazioni indicano differenze epidemiologiche o soprattutto differenze nei percorsi di formazione e nei protocolli applicati?
Le differenze territoriali non possono essere interpretate soltanto come differenze epidemiologiche. È verosimile che riflettano anche una diversa capacità di riconoscimento, presa in carico e attivazione dei percorsi di tutela. Durante il corso sono state richiamate forti disomogeneità nelle segnalazioni di sospetta violenza da parte degli ortopedici di Pronto Soccorso: in alcune regioni si registrano circa 20 segnalazioni ogni 10.000 accessi, mentre in altre il dato scende fino a 0,3 ogni 10.000.
Una forbice così ampia suggerisce differenze organizzative, formative e procedurali. Dove esistono maggiore sensibilizzazione, percorsi chiari, équipe multidisciplinari e protocolli condivisi, è più probabile che il sospetto venga riconosciuto e che la persona venga indirizzata verso la rete di supporto. Per questo la formazione è centrale: serve a ridurre la variabilità individuale e territoriale, favorendo comportamenti più omogenei e appropriati. L’obiettivo non è aumentare le segnalazioni in modo indiscriminato, ma migliorare la capacità di intercettare situazioni di rischio e attivare i percorsi corretti.
Quali strumenti o protocolli sarebbero necessari per rendere più efficace e uniforme su tutto il territorio nazionale l’intercettazione e la presa in carico delle vittime di violenza domestica?
Servono strumenti semplici, condivisi e facilmente applicabili nella pratica clinica, soprattutto nei contesti ad alta pressione come il Pronto Soccorso. In primo luogo, protocolli operativi chiari che aiutino l’ortopedico a riconoscere i segnali d’allarme: accessi ripetuti, traumi compatibili con dinamiche non accidentali, lesioni multiple o in diverse fasi di guarigione, incongruenze tra racconto e quadro clinico, situazioni di particolare fragilità. Accanto ai protocolli, sono fondamentali équipe multidisciplinari che coinvolgano ortopedici, medici legali, psicologi, assistenti sociali, personale infermieristico, forze dell’ordine e centri antiviolenza. L’ortopedico può essere un punto di contatto decisivo, ma la presa in carico deve essere di rete: clinica, psicologica, sociale e giuridica.
Sono poi necessari strumenti di supporto immediato: schede di valutazione, percorsi decisionali rapidi, indicazioni sugli obblighi di legge, materiali multilingue e modalità di comunicazione adatte anche a persone con disabilità sensoriali, deficit cognitivi o barriere linguistiche. Infine, serve una formazione continua e omogenea sul territorio nazionale. Riconoscere precocemente la violenza domestica richiede competenze che non possono essere lasciate solo alla sensibilità del singolo professionista, ma devono essere sostenute da percorsi strutturati e protocolli condivisi.
























